Dialoghi sull’amore

Un giorno in autunno, si incontrarono in un bosco alla periferia della città. Un autunno tiepido e generoso. Il bosco si stava ricoprendo di foglie, la terra sembrava accoglierle come un enorme letto, come un letto accoglie un uomo sfinito.
Giovanni e Amelia passeggiavano sui sentieri del bosco che separavano gli alberi. I sentieri seguivano geometrie insolite,  un po’ in armonia con la natura un po’ costretti da forze che non le appartenevano ma imposte dalla necessità di separare, di dividere, o più semplicemente per marcare un territorio.
Sono due persone adulte, che hanno raggiunto il loro tempo provenendo da percorsi differenti. Si potrebbe dire che si ritrovano ad un crocevia della vita in cui si concentrano tanti pensieri, tante riflessioni. Momenti difficili in cui la fantasia, i sogni ad occhi aperti sono ancora vivi. Ma la vita ad un certo punto, con lo stratificarsi delle esperienze belle e brutte, non permette più di ignorare la realtà delle cose. Questa non è assoluta, occorre precisare, ma  forgiata dal vissuto di ognuno. Molte persone raggiungono questo crocevia avvolti da una sensazione di soffocamento mista ad inquietudine, che spesso obbliga ad una fuga. Frequentemente si cerca rifugio nei sogni, in un mondo immaginario lontano da tutto, vivendo il presente come una specie di persecuzione.
Sono riusciti a rimanere ancorati al loro modo di essere, che si sposa meglio con la riflessione, il confronto, spesso tormentato, in alcuni casi straziante ma anche pieno di speranza.
La loro vita, fino a questo punto, è stata attraversata da passioni, amori, amicizie. Ogni esistenza è accompagnata da queste cose, ma loro hanno scelto di vivere tutto questo fino in fondo e non soddisfatti, cercano di ridare significati a cose che ogni uomo si troverebbe in serie difficoltà a definire e a ridefinire. Non si sa se tutto questo abbia un senso, se può condurre veramente a capire alcuni dei misteri con cui gli uomini convivono. Non si sa se loro credano veramente alle loro stesse spiegazioni, a quanto certe cose possano essere veramente comprese, ma comunque la loro testardaggine mescolata ad una buona dose di curiosità, li spinge verso complicate riflessioni.
Iniziano a conversare, parlando del più e del meno, si raccontano del quotidiano, di quelle piccole cose di cui la vita è imbevuta. In altri momenti vengono sorpresi da qualche piccolo segnale che la natura in cui sono immersi mostra. Guardando una piccola margherita, Giovanni inizia a parlare nel suo modo un po’ contorto, che però ha il potere di stimolare chi ascolta.

Guarda che bella questa margherita. E’ completamente sola. In genere le margherite sono cespugli, oppure si presentano a chiazze, come i greggi di pecore. Questa invece, è sola.

Amelia sembra indifferente, come disinteressata. Ma una parte del suo orecchio, se pur in modo inconsapevole, è proteso ad ascoltare.
Giovanni continua.

Questa margherita ha confuso il tempo. In autunno non ci sono le margherite. Forse ha confuso l’autunno con la primavera. La fine di un ciclo con il suo inizio.

Quando si parla del tempo, di cicli della vita, Amelia reagisce immediatamente, si sente irresistibilmente coinvolta. Per lei è importante, forse indispensabile dire la sua, avere un contatto con il tempo. Imbroncia la fronte,  un po’ sorpresa dalle parole di Giovanni.

Guarda Giovanni che tu sbagli. Se le stagioni rappresentano un ciclo, come fai a stabilire qual è l’inizio e la fine. Ogni momento è l’inizio e la fine del ciclo. Come  chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

Giovanni guarda Amelia con un’aria vagamente critica. La guarda come se stesse dicendo un’eresia, una cosa troppo lontana da quello che si sta osservando in quel momento.

Sarà anche vero quello che tu dici, ma mi pare che l’inizio di questo ciclo, sia la primavera. La primavera è la stagione degli amori è la stagione della vita. Anch’io in primavera sono molto più sensibile ai sentimenti e sento un richiamo sessuale più forte.  I corpi si scoprono, si mostrano .Voi donne, per esempio, siete molto più interessanti in primavera piuttosto che in inverno. Su questo non ho dubbi. 

Certo che voi uomini avete questa capacità di mettere la fisicità al primo posto, siete sempre accecati e inebetiti quando vedete un paio di gambe. L’amore non ha una stagione. Si ama un’altra persona non perché è primavera ma perché nei confronti di quella persona c’è un trasporto totale, un interesse che trascende il corpo.

Sarà anche vero che noi uomini siamo fissati, pensiamo sempre al sesso, ma a me pare che anche voi donne date importanza al corpo. Siete sempre li a trafficare con un’infinità di prodotti estetici, vestiti, intimo ecc.

Comunque, a parte queste chiacchiere su come siamo fatti noi uomini e su come voi donne, mi è venuta in mente una cosa ascoltandoti. Ma tu hai mai riflettuto su cos’è l’amore? Che vuol dire essere innamorati di una persona? Tu parli di interesse per un altro, di trasporto, ma queste a me paiono cose abbastanza generiche. Fino ad un certo punto ho dato per scontato il significato dell’amore, ma poi ho iniziato a pensare che la parola amore, è una di quelle parole che ha tanti significati e quindi mi pare qualcosa di confuso, che confonde e basta.

Forse la senti una cosa che confonde perché a te ha confuso. Per me l’amore è un sentimento totale che sta a significare il desiderio profondo nei confronti di un uomo che attraversa il mio corpo ma anche la mia mente.

Probabilmente è vero che io sia confuso, lo ammetto. Ma rimane il fatto che la parola amore ha tanti significati, se cerco di accostare questi significati, l’uno vicino all’altro, non ci capisco più niente. Se guardo una madre con il suo bambino capisco che c’è amore tra loro. Ma quell’amore cosa c’entra con l’amore che io posso provare per una donna, o una donna per me? Capisci? A me pare una cosa confusa.

Un po’ credo che tu abbia ragione, non sono la stessa cosa. Ma come si chiama allora quella cosa che scatta tra un uomo e una donna, che alimenta sguardi profondi e seducenti, che ti fa battere il cuore, che ti fa tremare, che ti fa sudare? Quella cosa che quando parte attraversa ogni piccola parte del tuo corpo. Ogni cellula sembra completamente assorbita da queste sensazioni. Come si chiama se non amore, quando desideri stringere tra le braccia l’altro?

Io non lo so e non voglio prendermi la responsabilità di inventare una parola nuova per spiegare un sentimento così nobile. Però voglio proporti una specie di gioco. Immaginiamo una scena di innamoramento tra me e te. Un’incontro, un colpo di fulmine, in cui ognuno racconta dei propri sentimenti, delle proprie emozioni e anche delle proprie ossessioni. Forse entrando in questo ruolo possiamo entrare nella dimensione di quello che chiamiamo amore, capirne i lati oscuri. Ci stai a questo gioco?

Se ricordi bene, quando ci siamo conosciuti, forse tra noi stava nascendo qualcosa. Poi non so bene per quali motivi il nostro incontro si è trasformato in una amicizia. Penso che è un gioco divertente, quello che mi proponi, ma anche un po’ rischioso.

E poi sono anche un po’ scettica, non so se questo ci possa veramente aiutare a capire cos’è l’amore.

Però sono curiosa e divertita dalla tua idea, proviamo … dai proviamo, un po’ la cosa è anche eccitante, magari non ci capiremo nulla, ma ci divertiiremo.

La storia potrebbe iniziare così.
Una sera decido di uscire dopo una giornata faticosa. Ultimamente il lavoro mi ha preso troppo, ho un sacco di impegni e cose da fare e inoltre è una costante della mia vita, essere caricato di troppe responsabilità. Non riesco mai a dire basta e quindi mi spingo sempre oltre, con la presunzione che la mia sopportazione sia infinita. Ultimamente è così. E questo ha comportato che ho trascurato le amicizie, possibili nuovi incontri. Mi sento spesso solo, paralizzato davanti alla televisione che propone programmi ridicoli, se non demenziali. Quando sul tardi inizia una programmazione più interessante crollo. Mi addormento sul divano insieme al gatto. Una noia mortale.

Stasera ho voglia di uscire, prendere una boccata d’aria, fare due passi, bere una birra. Non so bene se telefonare a Stefano, è tanto che non lo sento. Poi magari lo chiamo e lui mi propone qualcosa che non voglio fare e io farei fatica a convincerlo. Non ho in realtà in mente cosa fare di preciso. Forse voglio solo uscire da questo torpore, voglio allungare il collo e mettere la testa fuori dal finestrino della noia. Stefano non servirebbe a niente. Sarà pure una cosa squallida, ma preferisco uscire da solo. Gli altri penseranno che sono uno sfigato, che ho litigato con mia moglie oppure che sono un bevitore solitario. Penseranno che la mia donna mi ha lasciato,  magari tradito, che sono separato o cose del genere. Nessuno penserà che ho solo bisogno di prendere una boccata d’aria e fare due passi.

Pensassero quello che vogliono. In certi momenti bisogna fregarsene dei giudizi degli altri. Anzi bisognerebbe farlo sempre. A che serve fare ragionamenti complicati su quello che potrebbero pensare gli altri. Sono solo le mie insicurezze che me lo fanno fare. Quello che pensano gli altri di me è una cosa che riguarda loro e non me.

Ora che ho litigato con il mondo, che probabilmente non so nemmeno che esisto, decido finalmente di uscire e mi dirigo verso un locale che è una via di mezzo tra un pub e un semplicissimo bar.

Un mio amico, Pietro, mi ha invitato in un nuovo pub. Vengo da un periodo difficile, non ho tanta voglia di uscire e lui non mi sta poi tanto simpatico. E’ uno di quegli uomini che non apprezzano le donne ma si sentono appagati solo dal fatto di metterle in mostra. Comunque esco. Ho voglia di vedere gente. Mi accarezza l’idea di un incontro con un uomo che mi sappia trasmettere qualcosa di buono. Magari con uno sguardo, con un sorriso, una carezza. Lui non è proprio il tipo, ma credo che uscendo potrò fare nuovi incontri. Come sempre quando desidero una cosa normale, mi vengono un sacco di paure e sensi di colpa. Vorrei questa cosa ma ne ho anche paura. Mi sento complicata non mi sopporto!

Io e il mio accompagnatore, entriamo nel pub dove ci sono un sacco di persone. Mi sento una estranea in mezzo a tanta gente. Mi sembrano tutti uguali, una massa indistinta di uomini e donne che vagano nel locale senza saper bene cosa stiano cercando. Ci sediamo su delle poltroncine intorno ad un tavolo basso e rotondo. Pietro mi presenta ai suoi amici, alcuni accoppiati, altri no. Nessuno si chiede o sospetta che io sia la donna di Pietro. Tutti sanno che lui può muoversi solo se accompagnato da una donna. Ma è solo una compagnia, malignamente penso che lui senza una donna al suo fianco diventa impresentabile o forse invisibile. Ma nello stesso tempo è talmente superficiale e viscido, che non capisco proprio come potrebbe stare con una persona. Ma queste solo miei pensieri cattivi, lo so.

Completato il rituale delle presentazioni io ho in mente una sequenza di nomi che non riuscirei a ri-attribuire ad ognuno. Un ragazzo mi squadra dalla testa ai piedi con una prepotenza che mi mette subito sulla difensiva. Si intrufola con gli occhi e con la fantasia nel mio corpo, mi fissa come se fosse necessario catturare la mia attenzione. Io cerco di non guardarlo, ma so che lui si sta accorgendo che io non lo voglio guardare. La cosa può essere travisata. Si avvicina a me e mi chiede se può offrirmi qualcosa. Immediatamente, tanto per stabilire le forze in campo, gli siluro un secco no, accompagnato da una giustificazione al femminile. Sono indisposta, ho le mie cose e non sto bene. Spero di averlo gelato quel tanto che basta perché rivolga le sue attenzione altrove. Questo genere di uomini mi fanno solo schifo e ribrezzo. Sembra che per loro rimorchiare una donna sia una missione.

Sono seduto su uno sgabello al bancone, con pensieri di vario tipo che vagano nella mia mente. Noto un sacco di belle ragazze. Sono annoiato dalla loro bellezza, sono tutte belle allo stesso modo. Mi chiedo se sono malato di insoddisfazione. Nel gironzolare con i mie sguardi, noto finalmente una donna interessante, mi colpisce il suo corpo, il suo sguardo. I suoi capelli sono bellissimi. Le sue mani hanno una gestualità magica. Mi ricorda qualcuno, ma non so chi. Le mani si muovono con una sicurezza impressionante. Mi sento un cretino. Fino ad un attimo fa la mia mente vagava nel nulla, nel buio più totale. E ora invece, si sta affollando di sensazioni indescrivibili.

Non ti conosco nemmeno, però sei già nella mia mente. Lentamente mi accorgo che ogni mio gesto è regolato in tua funzione. Ogni tanto cerco di guardarti per attirare la tua attenzione. Anche tu mi guardi, ma io non so se è uno sguardo generico o uno sguardo vagamente interessato. Le mie fantasie viaggiano alla velocità della luce, immagino scenari in cui ci conosciamo, ci abbracciamo ci baciamo. E poi il tuo corpo che non conosco, prende forma nei miei pensieri, così da poterlo toccare, accarezzare, baciare.

Per un tempo indefinito i miei pensieri fantasiosi si autoalimentano e io come inebetito rimango sospeso nel tempo.

Un amico che non vedevo da tempo, ma con il quale in passato ho fatto un sacco di cose insieme, con aria da uomo esperto, mi da una pacca sulla spalla dicendomi –guarda che quella è accompagnata-. Lo guardo facendo finta di niente, ma dentro di me implode tutto. Improvvisamente tutte le mie fantasie, tutte le immagini che mi ero costruito svaniscono nel nulla. Tutto sembra finito in un attimo. Quelle quattro parole hanno demolito un sogno.

Per essere fedele alla tradizione maschile annego il dispiacere nell’alcool e mi bevo una birra fresca, schiumosa ma cattiva. Non è la birra ad essere cattiva, ma il sapore di quel momento.

Pare che il tipo disgustoso abbia orientato i suoi interesse altrove. Meno male! Chiacchiero con degli amici dell’antipatico e ogni tanto i miei occhi fanno un giro per il locale. Qualche volta noto un uomo carino, altre volte noto donne con vestiti terribili. In una di queste perlustrazioni, noto un uomo seduto sullo sgabello del bancone che mi guarda. Ha un bello sguardo, caldo, sereno e forse interessato. Sembra un po perso ma penso che non è niente male. Non è un bello bello, ma ha un’aria interessante.

Ora quella massa indistinta di persone che vedevo prima, scompare, diventa la tappezzeria del locale. Mi appari come una luce in un buio denso e soffocante. Sono felice che tu mi stia guardando ma nello stesso tempo non voglio fartelo notare. Faccio il possibile perché i miei sguardi siano fugaci, senza importanza, come se stessi guardando di la e di qua. Tu però insisti, più insisti più mi sento lontana dalle persone intorno al tavolo e più quella luce diventa intensa e con ampie variazione di colore. Possibile che solo con lo sguardo mi stai rapendo? Me lo chiedo senza dare risposta. Velocemente i miei occhi rastrellano il tuo corpo. Mi piaci, mi piace il tuo fisico, robusto ma non palestrato. Vorrei essere ora li a parlare con te, a dondolare insieme a te su quegli sgabelli. Vorrei essere tra le tue braccia. Ma che figura farei ad avvicinarmi a te? Io sono all’antica, gli uomini devono fare il primo passo.

Passa il tempo e non succede nulla. Noto un ragazzo che ti si avvicina, forse un tuo amico. Si avvicina e con aria un po’ strafottente, ti sussurra qualcosa all’orecchio. Improvvisamente diventi cupo, non emani più luce, solo quella della sopravvivenza, grigia e sfuocata. Sembra che l’infelicità ti sia piombata addosso. Chissà cosa ti avrà detto quel tipo. Forse una cosa brutta, una brutta notizia. Una risposata che aspettavi da tempo, qualcosa in grado di cambiare il tuo atteggiamento, i tuo umore. Non capisco perché non mi guardi più. Bevi nervosamente la birra con aria schifata e amareggiata.

Che strano. Prima evitavo di incrociare il tuo sguardo, ora lo cerco con insistenza ma sei quasi voltato di spalle, non puoi vedermi. Mi alzo dalla sedia dirigendomi verso il bancone, come se le mie gambe fossero pilotate non dalla mia testa, ma da non so cosa. Un attimo fa pensavo che gli uomini devono fare il primo passo e ora sono io a venire verso di te, proprio nel momento in cui sembri preso da altri pensieri. Mi appoggio con i gomiti sul bancone chiedendo una birra e mi accorgo che il mio fianco ha sfiorato la tua gamba. Faccio finta di niente.

 Il ragazzo al bar con tono professionale mi chiede che tipo di birra desidero, ed io che ho sempre pensato che la birra fosse una bevanda e basta, non so cosa rispondere. Mi accorgo che la risposta arriva prima di un ragionamento. Così come le gambe mi hanno portato fin li contro la mia volontà, la mia risposta esce fuori senza minimamente che io sappia quale sarà. -Uguale alla sua.- Nascondo tutto con un sorriso di circostanza ma non credo di riuscire a nascondere proprio tutto, sento che da me escono sensazioni, colori e non so. Ho la chiara sensazioni, che un sacco di cose siano fuori dal mio controllo.

 Quando ormai mi dichiaro vinto, mi accorgo che come un mago estrae dal cappello la colomba, sei al mio fianco appoggiata sul bancone a chiedere anche tu una birra e ne chiedi una come la mia. In un lampo dentro di me si riaccende tutto. I miei pensieri e fantasie, ricominciano il loro galoppo, così non mi sfugge la tua scelta. Penso che scegliendo la stessa mia birra sia un modo per avvicinarti a me.

Purtroppo, nella penombra della mia mente si affaccia il solito pessimismo, che tenta di dirmi che forse è tutto un caso. Riesco a narcotizzare il mio pessimismo. Ripartono i miei pensieri, penso velocemente a tante cose ma il mio sguardo si appiccica sui tuoi seni. Mi sento come una sostanza molliccia, gelatinosa che per qualche sconosciuto procedimento chimico sta diventando liquida. Sento il tuo odore, e come se fossi un piatto prelibato, senza farmi accorgere, ti odoro. Sento il tuo odore. Sul tuo volto è stampato un sorriso contratto che nasconde tante cose ma altrettante arrivano a me. Cerco nel fondo del mio vocabolario parole e frasi di circostanza che dovrebbero servire per un approccio. Passa il tempo. Le parole del mio vocabolario sono state mescolate dalla centrifuga dei miei pensieri. Non trovo nulla di sensato da dire.

Il mio sorriso di circostanza è praticamente scaduto. Penso tu sia un imbranato, però mi piaci troppo. Non so cosa dire. La birra arriva in soccorso, prendo il bicchiere ed inizio a berla. Il mio sguardo nascosto nel bicchiere, scruta i tuo occhi, il tuo collo, ora le tue mani che vorrei toccare vorrei stringere. Mentre riprendo fiato inizio a dire qualcosa, ancora una volta senza sapere cosa.

Ciao mi chiamo Amelia, scusa se ti ho rubato l’idea della birra. Io non ci capisco niente di birre e così vedendo che a te è piaciuta, ti ho copiato.

Piacere Giovanni. Effettivamente la birra è molto buona, io la consiglio a chiunque.

Hai la schiuma appiccicata sul naso. Passo il dito sulla punta del tuo naso e rimani immobile, come se la cosa ti piacesse ma nello stesso tempo di terrorizzasse. Mentre pronuncio queste parole, vorrei dirti che sei bellissima, vorrei abbracciarti, vorrei baciarti vorrei toccarti, vorrei che le tue mani navigassero il mio corpo e le mie il tuo. Ma non posso dirti queste cose. Forse sei qui perché ti sono simpatico e vuoi fare due chiacchiere, forse vuoi fare ingelosire il tuo fidanzato. 

Noto in te una certa inquietudine, una insofferenza strana. Al mio fianco c’è un giochino da fare in due, una specie di filetto tridimensionale, così lo prendo e ti invito a fare una partita.

Fortunatamente hai la capacità di rompere il ghiaccio, così non so bene da dove spunta, mi proponi una partita a filetto. Non ho nessun motivo per giocare con te, i miei pensieri oscillano tra fantasie ricche di sensazioni forti a smottamenti e frane che non riesco a gestire. Giochiamo a filetto per circa mezz’ora, la metà delle partite finiscono patte, l’altra metà le vinci tu. Quando  sei concentrata nel gioco guardo i tuoi capelli, cerco di scrutare nei tuoi seni, guardo le tue gambe che si muovono come dei pendoli. Non riesco a non guardarti. In certi momenti i nostri corpi si sfiorano come se ognuno tentasse di accarezzare l’altro in qualche modo, senza doversene prendere la responsabilità.

E’ strano ma mi sto divertendo. Ti prendo un po’ in giro perché perdi sempre. Ho voglia di toccarti, ho voglia di una carezza, di un bacio, di sentire la mia pelle a contatto con la tua.

Le birre finiscono propongo un bis e tu con aria esperta ordini un bis al cameriere.

Non so bene cosa, ma improvvisamente sono certo del tuo interesse e disponibilità. Mentre bevo la birra con l’altra mano cerco la tua. La trovo subito, come se stesse li ad aspettare. Incontro una mano calda, sicura che subito esplora la mia. Mentre passa tra le mie dita sul tuo braccio sento che il mio sangue è cambiato. Sento che nelle mie vene si è aggiunta una sostanza sconosciuta che porta linfa al mio corpo e alla mia mente.

Improvvisamente si avvicina quello che credevo il tuo fidanzato, ritraggo la mano come se avessi valicato un territorio di proprietà di qualcun altro.

Giovanni, questo è Sergio, un amico con cui sono venuta qui.

Piacere Sergio. Se non ti scoccia, dovrei andare a fare due passi con un amico. Ci troviamo più tardi?

Va bene, a più tardi.

Credevo fosse il tuo fidanzato!

Noo, ma sei matto, io con quello … ma non hai visto? Mentre racconto per chiarezza ma con assoluto disinteressa chi è Sergio, cerco con delicatezza di ritrovare la tua mano improvvisamente scomparsa. Finalmente la ritrovo ed inizio ad accarezzarla con entrambe le mie. Non voglio che scappi come prima, vorrei stringerla tra le mie cosce ma mi vergogno, mi fermo all’altezza del ginocchio. Mi avvicino a te.

Come dopo una tempesta ritrovo il sole. Le tue mani mi hanno cercato e trovato. Le tue carezze mi calmano, ora sento la tua passione ma non mi spaventa come prima. Tocco i tuoi capelli lunghi, pieni di pensieri, desideri che non trovano parola. Mi avvicino alla tua guancia forse per sussurrarti qualcosa, forse per dare un bacio. E’ un percorso breve. Mentre poggio le labbra sulla tua guancia ti sussurro quanto mi piaci che vorrei uscire da quel posto e andare via con te. Ora tutto sembra prevedibile.

Ormai sono cotta come una gallina allo spiedo. Dicono che una donna non deve concedersi mai al primo incontro. Questo può essere letale per un futuro rapporto. Così dicono gli esperti più severi.
Perché esistono queste regole? Io voglio fare l’amore con te, vorrei dirti ti amo, voglio stare con te. Non voglio e non posso aderire in questo momento a regole e regolette sull’amore. Mi sento viva, voglio vivere. Non voglio rinchiudere le mie sensazioni in complicati ragionamenti e calcoli. Non voglio!

Il mio sangue è cambiato, l’ho già detto, ma io ne sono continuamente sorpreso. Ogni piccola parte del mio corpo, anche la più piccola e infinitesimale è cambiata. Si muove, scalpita, ti cerca. Improvvisamente mi accorgo che siamo appiccicati, la mia bocca alla tua. Mi avvicino a te e ti bacio. Le tue labbra erano li ad aspettare. Incontro una bocca morbida, piena di sostanze vitali che mi riempiono di amore.

Giovanni e Amelia, recitando per gioco si sono ritrovati improvvisamente innamorati. Il bacio che dovevano simulare si trasforma in un gesto di profondo amore. Le parole, i diaologhi e i pensiri sono scomparsi, sostituiti da carezze, baci e più che altro nella ricerca di intimità, un posto dove vivere quel momento. Un momento magico in cui il tempo non ha alcun valore, tutto quello che sta intorno non ha nessun valore. Ora vivono il loro amore come se in ognuno si fosse risvegliata una parte dormiente, narcotizzata e rinvenuta in questa specie di gioco.

Passa del tempo in cui la loro frequentazione diventa quasi abituale. Si incontrano quando possono. Come delle calamite, si attraggono l’uno verso l’altro. Sono incontri passionali, pieni di amore e di pochi complicati ragionamenti. Non parlano più di cos’è l’amore ma cercano di progettare i momenti da vivere insieme. Essendoci tra loro anche una certa affinità culturale, frequentano mostre, si appassionano alla visione di qualche film che spesso cattura i loro pensieri e su questi, alcune volte si apre un confronto. Man mano che la loro frequentazione diviene abituale, il loro amore, le loro passioni si affievoliscono. Come folgoranti colori,  che immersi nell’acqua perdono la loro lucentezza, presentandosi come una brodaglia di un colore indefinito.

La vita è fatta anche di noia, anzi, probabilmente è prevalentemente fatta di noia. Non tanto di una noia per cui non si sa cosa fare, ma una noia che annega le emozioni di ogni individuo, rendendolo vivo su un piano pratico ma moribondo nei sentimenti e nelle passioni.

Un giorno come tanti, decisero di andare a vedere un film. Non avevano un progetto, un titolo e non trovando una programmazione interessante, decidono di ripiegare su una commediola sull’amore, dal titolo “L’odio prima dell’Amore”. Il film racconta di un uomo e una donna che si ritrovano a lavorare insieme in una società di prodotti di bellezza. Per ragioni commerciali, la società decide di mettere insieme in una specie di competizione, un uomo e una donna nella cura dell’immagine dei loro prodotti. La necessità nasce dal lancio sul mercato di una linea di prodotti per la donna e il loro mandato consiste nel trovare un modo comune di presentarlo. La presunzione del progetto, è che trovando loro un accordo, il nuovo prodotto sarà gradito anche dal partner dell’acquirente, generando un rinforzo centrifugo all’acquisto del prodotto stesso. In sostanza, i due, devono confrontarsi continuamente per trovare una strategia unica da proporre alla direzione. All’inizio la cosa appare abbastanza semplice, sia per Carlo sia per Luisa. I primi incontri sembrano cordiali. All’inizio si interessano di prodotti per il corpo dove trovano in tempi relativamente brevi un accordo sul come presentarli al consumatore. Una volta terminata la prima fase, nel programma è stabilito che i due si occupino dei prodotti antinvecchiamento per il viso. Fin dall’inizio si ritrovano spesso a fare complicate polemiche, come se l’impatto di quel tipo di prodotto mettesse in moto complicate e incomprensibili dinamiche personali. Improvvisamente diventano due nemici. Luisa ha in mente di dare un’impronta chiara a questa linea, spingendo sull’immagine di una donna che ringiovanisce di dieci anni, spostando il tempo indietro. Carlo sostiene che è importante centrare l’attenzione del consumatore sul fattore cura, ‘presentare se stesse con delicatezza e amore’. Su questo punto si scontrano due filosofie. Da una parte quella di Luisa che spinge sul versante dell’arretramento del tempo e dall’altra quella di Carlo, più ancorata alla persona che avendo cura di se risulta essere più gradevole.

Potrà sembrare una differenza sottile ma il film ruota intorno a queste differenze e propone in varie forme, litigate e discussioni furibonde. La direzione dopo un po’ si mostra intollerante rispetto a queste discordanze. Sollecita in vari modi di trovare un accordo in tempi rapidi lamentando che questi ritardi dovuti alle loro diatribe, comportano costi inutili. Ma ormai la questione sembra più personale piuttosto che professionale. Ognuno minaccia l’altro di consegnare le dimissioni che provocherebbe inevitabilmente il licenziamento dell’altro. Così era stato stabilito nel contratto. Per un’intera settimana non si sono parlati, ma ognuno lasciava email all’altro sostenendo la propria strategia e distruggendo quella dell’altro. Tutto questo sostenuto da indagini di mercato su prodotti simili, che in certi casi davano ragione all’uno o all’altro. La dirigenza incalza e loro si ritrovano alle strette. Così decidono di cenare insieme con l’impegno di trovare un punto di mediazione, necessario per non fare saltare tutto il progetto e quindi anche il loro lavoro. Forse senza accorgersi, tutti e due preparano questo incontro sul loro corpo, sull'aspetto fisico. Luisa utilizza in modo esasperato un prodotto che stirando la pelle, elimina praticamente tutte le rughe degli occhi e della bocca. Con l’aiuto di creme e cremine, raggiunge presto il suo obbiettivo. Si guarda attentamente allo specchio, e non soddisfatta si sottopone al giudizio di un’amica, la quale senza nemmeno pensarci afferma che sembra più giovane almeno di dieci anni.

Carlo da parte sua utilizza un prodotto affine ma per uomo. Lo fa in modo diverso, cercando di non cancellare le rughe di espressione e usando creme che non cambino le tonalità dei suoi colori, ma semplicemente ammorbidiscano il suo viso. Rimane interdetto del risultato, per questo chiede consiglio ad un amico omosessuale, che con accuratezza lo osserva chiedendogli di fare qualcosa di naturale, di spontaneo, per vederlo nella normalità. Così gli chiede di raccontare una barzelletta poi di fare una telefonata e successivamente avrebbe emesso il suo verdetto. Carlo esegue alla lettera le indicazioni dell'amico. Terminata la breve esibizione, l'amico si esprime.
Mi piace molto questo tuo look da uomo vissuto, ma leggero. Dimostri i tuoi anni, più o meno, ma mostri una tranquillità divina, come se il tempo ti avesse consumato ma non stravolto. Bravo!

L’incontro al ristorante sarà la fine di tutto. Non appena seduti, dopo i convenevoli, Luisa esordisce così.

Ti sei dato una bella sistemata. Sembri mio padre dopo che si è fatto la barba e fumato una sigaretta.

Tu mi sembri mia nonna, che a settant’anni andava in giro con una specie di maschera di gomma per abbordare qualche cinquantenne disorientato.

Quello che doveva essere un incontro per avvicinare le loro distanze, in un attimo si è trasformato in uno scontro furioso, utilizzando tutti i possibili colpi bassi. Luisa si alza e se ne va, lui paga il conto e va via anche lui.

Il progetto salta in quanto la dirigenza, non contenta del loro lavoro, aveva già un accordo con altri due nuovi collaboratori. Dal momento in cui avevano la certezza di rimpiazzarli li manda via.

Le loro strade non si incontrarono più per molto tempo, ma per una casualità dopo qualche anno si incontrarono in aereo e come se il destino ci avesse messo lo zampino, si trovarono gomito a gomito. Parlarono del più e del meno. Le loro parole erano più o meno automatiche ma i loro sguardi no. I loro sguardi erano teneri, amorosi. Ogni volta che finiva un discorso gli sguardi erano destinati a cadere ma immediatamente, o uno o l’altro, tirava fuori un discorso pretestuoso, con l’unico motivo di attirare l’attenzione dell’altro. Un’ora di volo volato, si potrebbe dire. La loro espressione è incredula quando le comunicazioni dell’equipaggio annunciano la fase di atterraggio. Più l’aereo scende e più monta l’ansia di perdersi dopo l’atterraggio. Ognuno dei due cerca di trovare un motivo per rimanere insieme dopo l’arrivo. Niente. Paralizzati dall’ansia nessuno dei due trova un'idea valida. L’aereo atterra e Carlo inizia a preparare le sue cose. Nel prendere il suo bagaglio a mano, cade un foglio con la prenotazione dell’albergo. Luisa con felicità opportunista lo raccoglie e lo porge a Carlo. Stiamo nello stesso albergo. Il film prosegue con un finale scontato, prevedibile, in cui l’amore trionfa su tutto.

Usciti dal cinema, Giovani e Amelia, si ritrovano a passeggiare nei luoghi dove un tempo avevano scoperto il loro amore.

Il tempo ha consumato il loro amore e costretto i loro incontri dentro schemi preordinati e quindi prevedibile. Lentamente, senza che loro si siano accorti, nasce dentro di loro una certa insofferenza, un’inquietudine reciproca.

Il film ha stimolato il loro pensieri, e ricordando il loro amore in contrasto con un presente senza colori, Giovanni rompe il ghiaccio e inizia a parlare. 

Le cose non vanno più tanto bene tra noi. Ultimamente mi sono chiesto tante volte perché il nostro amore si sia lentamente spento. Ricordi? Proprio da queste parti, un po’ di tempo fa, parlando di cos’è l’amore ci siamo ritrovati innamorati l’uno dell’altro. E ora perché non lo siamo più? Cosa è cambiato da quel momento ad oggi? Ma insomma cos’è l’amore? Se osservo la nostra storia rispondo che è come una batteria. La compri carica e poi il tempo, lentamente la esaurisce. A quel punto la devi gettare e comprarne un’altra. A meno che non rinunci a quell’energia. Ma come si fa a rinunciare a questa energia?  Mi sento ridicolo a dire queste cose. Che vuol dire, allora, che l’amore è energia? E cos’è l’energia? Bisogna scomodare Newton per farsi spiegare cos’è l’amore? Che palle, che noia, che discorsi del cazzo che faccio.
E tu perché non parli?

Sono triste, mi sento ferita dalla vita. Ho avuto tante storie nella mia vita, ma non sono mai stata così male. Non tanto per la storia in se, scusa se posso sembrare un po’ cinica. Sono profondamente delusa dalla vita, perché ho sempre pensato che l’amore fosse il combustibile che mi permetteva di andare avanti. Quasi per gioco siamo entrati nel mondo dell’amore, credevamo di recitare una parte, come in uno spettacolo. Credevamo questo. Invece non recitavamo una parte, semplicemente attraverso questo gioco, abbiamo vissuto l’amore che avevamo dentro. Il gioco, la recita delle parti, è servita ad esprimere tutto questo. E’ stato lo strumento che ci ha permesso di incontrarci.

L’amore non è energia, come dicevi tu. L’amore è un gioco complicato, fatto di piccole forme, tranelli e insidie. E’ un gioco fantastico, misterioso e terribilmente coinvolgente. E’ un gioco!

E’ un gioco che quando si gioca da esperti conosce il suo apice e poi lentamente diventa sempre meno interessante. Noi abbiamo iniziato giocando, abbiamo giocato, ci siamo divertiti in tutti i modi possibili. Abbiamo viaggiato, abbiamo conosciuto parti del mondo insieme. Abbiamo conosciute tante persone. Abbiamo fatto l’amore in tutti i modi e in tutti i posti. Ricordo una volta che lo abbiamo fatto in un lago gelato. Che matti! Non lo dimenticherò mai. Mai!

L’amore è un gioco Giovanni, un bellissimo gioco. E come tutti i giochi ad un certo punto diventano noiosi.

Sarà come dici tu, sarà un gioco. Un gioco. Mah, io penso che l’amore permette la sopravivenza, permette ad ognuno di sentirsi vivo. Penso che nel tempo di una vita, ogni persona deve combattere la morte. Non tanto quella biologica, ma quella mentale, forse spirituale. L’amore è quella cosa che serve per contrastare la morte dell’anima, ma nello stesso tempo, anche l’amore, nel tempo, diventa la morte dell’anima.

Insomma un gran casino. Un groviglio di cose in cui Luisamente io mi confondo.

In alcuni momenti in cui mi sento depresso e affaticato, penso che la cosa migliore sarebbe non aver bisogno di una donna e quindi dell’amore. Sarebbe meglio stare da solo. In altri momenti mi dico che non esiste pensiero più stupido. Come fa un uomo a fare a meno di una donna e una donna a fare a meno di un uomo? Sarebbe come dire che siccome c’è il rischio che l’aria sia inquinata, per non intossicarmi, mi porto dietro delle bombole e respiro solo con quelle. Che eresia.

Non devi essere così pessimista, forse è così e basta. Il desiderio per l’altro, quello che chiamiamo amore, ha un suo ciclo, una sua vita, che bisogna vivere nel modo migliore, ogni volta che si presenta. Ricordi quando parlavamo delle margherite e tu dicevi che esiste sempre l’inizio e un ciclo nelle cose che vivono? L’amore non fa eccezione a questo. Ognuno deve vivere il proprio amore. E quando questo diviene noia e torpore bisogna cercare di trovare nuove energie, nuovi stimoli per rivitalizzarlo. Quando questo non è possibile occorre accettare la sconfitta e cedere. Ma è una sconfitta parziale, perché quando un amore svanisce, svanisce quell’amore.
Forse è anche un’opportunità.