Genitori e figli
Un'incontro da ripensare
 

Ho scelto questo argomento in quanto ricevo nel mio studio genitori o coppie che portano problematiche famigliari, molto spesso legate ai figli. Quello tra genitori e figli è un argomento abbastanza consumato ma la mia esperienza clinica mi porta continuamente a riflettere su alcune problematiche che ruotano intorno al mondo dei giovanissimi e dei giovani. Spesso gli adulti guardano i giovani con occhio critico, come se il loro modo di fare non corrispondesse a delle norme, a dei principi che in loro sono saldamente radicati. Il fatto che un adulto guardi un giovane con un certo scetticismo, non è cosa nuova. Appartiene a quel fenomeno che chiamiamo comunemente differenza generazionale e che inevitabilmente comporta una prospettiva e una visione delle cose differente. Direi che queste differenze, che si possono anche tradurre in accese discussioni tra un adulto ed un ragazzo, servono al giovane per costruire la propria identità, i propri confini, il proprio spazio. Nonostante ciò è un parere diffuso, e per alcuni preoccupante, che i ragazzi oggi appaiono apatici e disorientati. Si sente dire, molto spesso, che non hanno interessi non hanno valori ecc. E’ giusto porsi il problema e cercare di capire perché succede questo e cosa un genitore può fare per tentare di aiutare il proprio figlio. Però vorrei sottolineare che è molto frequente incontrare articoli e commenti televisivi,  in cui prendersi carico del problema giovanile, significa ricercare la persona, le persone o l’istituzione su cui orientare le colpe. Allora viene fuori che è colpa della scuola e degli insegnanti, oppure dei genitori che non sono sufficientemente affettuosi. Tutte queste cose possono contenere qualche verità, sicuramente esisteranno responsabilità a vari livelli che condizionano l’atteggiamento dei nostri ragazzi nei confronti della vita. Ma risolvere il problema non può significare trovare il colpevole. Ognuno può e deve pensare cos’è in grado di fare per migliorare la situazione, indipendentemente da una specie di investigazione psicologica alla ricerca del colpevole. Credo che la questione principale, alla base di questo “disagio” dei ragazzi, sia un cambiamento molto rapido di tutto quello che li circonda. Mi riferisco sia a cambiamenti interni alla famiglia, ma più che altro il discorso riguarda tutti quei riferimenti esterni che sono in rapida evoluzione. Questo provoca difficoltà enormi, in quanto un giovane non trova riferimenti stabili su cui costruire la propria identità. Gli adulti hanno una identità definita, e questo li rende più impermeabili, più protetti dall’incessante cambiamento. Nonostante ciò anche un adulto può attraversare momenti difficili. Viviamo ormai costantemente con il peso di una “richiesta” di cambiamento pressante ed impetuosa a cui i giovani si adattano con altrettanta rapidità ma pagando un prezzo in termini psicologici.
I genitori vengono spesso accusati di essere poco attenti, distratti, troppo presi dalle loro cose ecc. Dietro al fatto che un ragazzo attraversa un periodo difficile c’è sempre qualcuno pronto ad affermare che c’è un genitore disattento. I genitori oggi sono chiamati ad un compito enorme. Avere un figlio implica un forte coinvolgimento e una grossa responsabilità. Mi sembra che oggi il problema per un genitore, sia quello di aver perso la percezione del tempo relazionale. Pensando di non dedicare abbastanza tempo al proprio figlio può “scegliere” di essere troppo  presente, rischiando di risultare invadente attraverso regali, cibo, ecc. Al contrario può pensare di non aver tempo per dedicarsi al proprio figlio, lasciando a lui la totale libertà di movimento, confidando nelle sue capacità, ma non esercitando quella necessaria funzione protettiva, che solo un genitore può avere. Il mio pensiero è che non si possa stabilire il tempo che un genitore deve stare con il proprio figlio, cioè non si può ridurre il problema ad una taratura di tempo. Esiste quel particolare genitore con quel particolare figlio, ed è quindi impossibile, anzi sbagliato stabilire una regola che definisca una quantità di tempo. Non ci si può costringere a stare con il proprio figlio per un determinato tempo. Occorre pensare, secondo me, che quello che conta non è quanto tempo si sta con lui, ma come avviene l’incontro. Stare insieme non vuol dire stare nella stessa stanza, o nello stesso posto. Stare insieme vuol dire comunicare, e comunicare non significa necessariamente parlare. Comunicare significa tenere aperto un canale da cui passano tante cose. Significa assumere una posizione di scambio rispetto all’altro. Voglio fare un esempio. Un po’ di tempo fa un ragazzo parlandomi di se, mi raccontò di un pomeriggio trascorso con il papà a fare un puzzle. Raccontando di quel momento, sottolineava il fatto che nessuno dei due aveva praticamente detto una parola in quanto il puzzle era molto difficile e molto coinvolgente. Raccontò anche di quanto fosse stato felice di stare con suo padre a fare una cosa che piaceva ad entrambi ed in cui entrambi si impegnavano. Quello che ha creato il legame in quel momento, è stato il fatto che entrambi stavano facendo una cosa che piaceva a tutti e due, in cui entrambi erano coinvolti. Si sono trovati, forse con una certa casualità, e hanno condiviso quel momento. Sembrerà una banalità, invece è a mio avviso un esempio istruttivo. Ci sono molti esempi di situazioni simili, alcuni occupano un tempo piccolissimo, altri grandissimo. Insomma non è la quantità del tempo che garantisce la qualità di una relazione. Ma il fatto che due persone, genitore e figlio, si siano più o meno consapevolmente accordati nel fare quella determinata cosa insieme, determina una specie di momento comune in cui si attiva una comunicazione che è prevalentemente inconscia.
Va detto che essere in una posizione di incontro come ho descritto, non è una cosa semplice. Non lo è in quanto il genitore dovrebbe riuscire a districarsi dal tramaglio degli impegni e darsi un tempo, uno spazio. Piccolo o grande che sia non ha importanza. Voglio dire che per riuscire a fare questo prima di tutto l’adulto deve assumere una posizione in cui ciò diventa possibile. In tempi in cui un adulto è attratto da elisir anti-invecchiamento, creme e cibi anti-ossidanti, garantisco che un rapporto così genuino con un giovane o giovanissimo ha il potere di avvicinare l’adulto ad una vitalità che purtroppo non ha più. Non serve solo ai ragazzi incontrare gli adulti, ma anche il contrario.
Può anche succedere che un genitore non riesca a stare molto con il proprio figlio, che superato un certo limite questo incontro provochi disagio e insofferenza, in genere nell’adulto. Questo non deve alimentare vergogna e colpa. Se in una determinata circostanza non ci si sente predisposti per accogliere questo tipo di incontro, è meglio non forzarsi. E’ meglio occuparsi dei propri problemi, cercare di capire cosa non va, senza costringersi ad entrare in quel tipo di incontro. Quando l’obbligo diviene l’unico veicolo con cui ci si incontra, non ci sarà possibilità di comunicare con un adeguato coinvolgimento, non ci sarà intimità.
Quello che ho descritto è  un approccio al problema che privilegia la ricerca di una posizione genitoriale in grado di stabilire una presenza coinvolta e coinvolgente, capace di attivare una comunicazione che investa sia aspetti razionali ma più che altro emotivi.
Spero che questo scritto sia un contributo utile ad una ulteriore riflessione.

dott. Giorgio Carnevale