Nell’uomo la posizione è diametralmente opposta, cioè tende a
portare fuori di sé, attraverso l’erezione e successivamente con l’eiaculazione.
Questi aspetti anatomico e funzionali, che permettono l’incontro sessuale, sono
importanti in quanto ci aiutano a comprendere oltre l’aspetto pratico della
sessualità, anche l’aspetto mentale. E’ scontato dire che la mente di un uomo e
di una donna nell’incontro sessuale, come probabilmente in altre situazioni di
incontro, segua parallelamente lo schema prima descritto e quindi, il problema
di una donna è preparare il proprio corpo, così come la propria mente, ad
accogliere l’uomo dentro di sé. Rimane il fatto che anche quando tutto funziona
per il meglio, ad alcuni livelli, il rapporto sessuale viene vissuto per una
donna come invasivo. Questo mi pare possa spiegare le rimostranze che spesso le
donne fanno al proprio partner di essere troppo irruento e manchevole di
preliminari per lei necessari. Una donna ha quindi bisogno di un tempo e di un
modo per accogliere l’uomo, non può vivere un incontro in modo troppo
precipitoso come invece un uomo può fare. Non è ne un limite, ne un vantaggio, è
semplicemente così.
Tornando al discorso sulla gravidanza, è comprensibile che a questa invasività
vi sia una reazione di rigetto. L’invasività maschile, quando una donna rimane
in cinta, è maggiore in quanto ha generato un embrione che con la crescita
modificherà il corpo e la donna dovrà accudire nel proprio ventre un tempo
lunghissimo, rispetto alle altre specie viventi.
I vari sintomi che emergono inizialmente, scompaiono o comunque si attenuano
dopo i tre mesi, testimoniando un accoglimento ed una conseguente sistemazione
psicofisica. Nei casi più problematici, la gravidanza diventa un tormento, una
specie di tortura. Ricordo di una paziente che dovette combattere tutta la
gravidanza con nausea e vomito, al punto da dover essere ricoverata per un
principio di disidratazione dovuto ai continui rigurgiti. Questo stato fu una
costante minaccia per tutto il periodo di gestazione e mise in serio pericolo lo
sviluppo dell’embrione. Per lei fu un periodo terribile ma alla fine riuscì ad
avere una bella bambina.
Un altro esempio che ci aiuta a capire cosa succede durante la gestazione,
riguarda le minacce di aborto e gli aborti, molto frequenti e spesso nascosti,
che avvengono nei primi mesi di gestazione. Le gravidanze allettate sono molto
frequenti e anche molto faticose. Vivere nove mesi con una minaccia di morte
continua e pressante, con la quale combattere quotidianamente è una cosa
terribile.
L’aborto rappresenta un segnale inequivocabile di faticose sistemazioni
psicofisiche che per motivi diversi falliscono. In alcuni casi i continui aborti
diventano un impedimento alla procreazioni, in quanto si ripetono ad ogni
tentativo di avere un figlio. Quando una donna entra in questa spirale,
lentamente viene a demolirsi la sua struttura psichica lasciando dentro un’ombra
inquietante con cui dovrà convivere, nella maggior parte dei casi, con profonda
depressione e disagio. I così detti aborti spontanei sono sempre stati
sottovalutati a mio parere, un tempo perché non si avevano strumenti clinici e
terapeutici per contrastare il problema, oggi semplicemente perché la
valutazione della situazione e la conseguente diagnosi rimane rinchiusa nella
sfera medica tradizionale, trascurando il fatto che l’annidamento del futuro
embrione e la conseguente interazione tra l’embrione e la donna si regge su un
complicato equilibrio in cui è coinvolta tutta la psicofisiologia. Sappiamo
infatti che i movimenti di contrazione dell’utero sono condizionati
dall’interazione tra sistema endocrino e sistema nervoso centrale e mi pare
abbastanza elementare avvicinarsi al problema oltre che attraverso diagnosi
mediche, anche con un approccio che consideri la donna non come una
fotocopiatrice ma come persona fatta di pensieri, paure e tutto quello che
normalmente governa un essere umano.
Come dicevo in precedenza un aborto viene sottovalutato sia rispetto al
conseguente fallimento del concepimento, sia rispetto all’esperienza in se, come
se si trattasse della perdita di un dente. Il vissuto dell’aborto è una
esperienza terribile, sia se avviene naturalmente sia se indotto, in quanto
lascia dentro una donna una esperienza mortifera, accompagnata da una
frustrazione enorme. Nell’aborto volontario si tende a pensare in modo più o
meno esplicito, che essendo una scelta dettata dalla volontà non ci possa
essere un disagio, o peggio ancora, che il disagio è la punizione idonea alla
scelta fatta. Sgombrando questioni ideologiche e moralistiche di vario tipo, mi
pare che ci si debba occupare della persona, prima di tutto, utilizzando tutte
le risorse che abbiamo a disposizione per migliorare la salute psicofisica.
Un altro esempio molto interessante ma anche inquietante, riguarda una paziente
venuta in consultazione, che mi raccontò di aver perso due figli all’ottavo
mese. Improvvisamente e inspiegabilmente questi feti, ormai bambini, morivano
poco prima di nascere. Ebbe poi tre figli, ma tutti nati con un parto cesareo
programmato che anticipava quel terribile punto di morte. Mi colpì molto questo
racconto, in quanto mi chiesi come potesse essere possibile la perdita di un
feto quando ormai i giochi erano fatti, quando ormai anche clinicamente non si
usa più chiamarlo feto, ma bambino.
Il momento del parto è il culmine di un percorso complicato e faticoso. Mentre
nove mesi fa, il problema era quello di trovare un posto al futuro bambino
dentro il proprio corpo, ora, in previsione del parto bisogna gestire il
distacco, il distacco da qualcosa che una donna sente come una parte di se. Se
prima c’era uno spazio da riempire ora c’è un vuoto da colmare. Questo momento
cruciale, evidentemente, non era una situazione che la signora precedente era in
grado di gestire.
Portando nel proprio ventre il bambino, una donna si identifica con lui, sente
la sua presenza come una parte di se, non come una vita separata dalla sua. Vive
il bambino dentro come una sua parte, come può essere un braccio, un piede. E’
la natura che richiede questo tipo di coinvolgimento-commistione, in quanto nel
periodo di gestazione e nei primi mesi di vita, il bambino non è attrezzato per
vivere autonomamente. Le sue funzioni fisiologiche e psicologiche sono
completamente dipendenti dalla mamma. Questo implica che avvicinandosi al parto
avvenga il primo e importantissimo distacco tra madre e feto. La madre deve
accettare un certo grado di autonomia ed indipendenza del bambino, deve
trasferirgli quella vitalità che gli permetterà di compiere il passo più
importante ma anche così complicato e impregnato di pericoli, il parto.
Il momento del parto e i giorni successivi ad esso, rappresentano una fase
particolare, difficilmente descrivibile. Come una magia, da un insignificante
spermatozoo incontratosi con un ovulo, nasce la vita. Il puerperio è un momento
colmo di sensazioni positive ma anche di fantasmi minacciosi. La depressione
puerperale o post-partum, si affaccia, quando più quando meno, a testimonianza
di una grande sofferenza. In questa fase una donna, con enorme fatica,
riacquista le sue funzioni normali, lentamente deve adattarsi ancora ad un
grosso cambiamento. Ma non tornerà ad essere quella di prima. La presenza di un
bambino da accudire e crescere creerà una condizione nuova, la maternità.
La maternità, dunque, crea una nuova condizione, modificherà i rapporti con il
mondo e quindi anche con il proprio partner il quale anche lui, dovrà essere
pronto sia alla paternità sia ad un rapporto diverso con la propria compagna.
Ogni traguardo nella crescita del bambino è spinto da una evoluzione naturale ma
determinerà continui micro distacchi che dovranno essere elaborati sia dalla
mamma sia dal bambino stesso. E’ come se questi traguardi siano guidati da un
accordo inconscio tra la madre e il suo bambino.
Oltre alla crescita del bambino e della madre in quanto tale, parallelamente e
in modo più nascosto, esiste una crescita della donna in quanto persona. Questo
è l’aspetto più importante, in quanto siamo pieni di libri e trattati sulla
maternità della paternità ma poco o niente della madre come donna, come persona.
Sono discorsi, in genere, trattati in modo parziale e in cui viene data poca
importanza alla persona. Perché? Solo questa mancanza dovrebbe far riflettere.
Io credo che il motivo per cui una donna sprofonda e viene fatta sprofondare
nella maternità, passatemi il termine un po’ cruento, sia determinato dal fatto
che la maternità è un’assunzione di un ruolo sociale che in parte contrasta con
una evoluzione personale. E’ come se, dal momento in cui nasce un figlio, una
donna perde la propria dimensione individuale, fatta di rapporti personali
quindi anche affettivi, professionali e intellettuali. Inizialmente, proprio per
il basso livello di autonomia del cucciolo di uomo, è così. Ma purtroppo bisogna
sottolineare il fatto che spesso una donna vive un eterno conflitto tra la sua
maternità e la sua individualità. Questo conflitto non mi pare sia generato
dagli uomini, casomai può venire alimentato, ma in primo luogo è generato e
sostenuto dal Collettivo che preme affinché una donna si occupi della prole
anche quando non vi è più una necessità vitale.
Un altro fenomeno che ci aiuta a capire questo è il calo se non l’arresto totale
della sessualità durante la gravidanza. La sessualità negli esseri umani,
diversamente da altri animali, non è strettamente legata alla riproduzione, cioè
ad un processo Collettivo. Fortunatamente abbiamo la possibilità di gestirla e
di viverla all’interno di una relazione amorosa proteggendola, fino ad un certo
punto, da condizionamenti esterni. Direi che la sessualità rappresenta l’aspetto
vitale, un collante importante in un rapporto di coppia. Ma evidentemente,
questa conquista evolutiva non è così facile da gestire. In una gravidanza
normale, non ci sono controindicazioni rispetto l’attività sessuale ma
nonostante ciò in genere una donna la evita, in parte o totalmente, o peggio
ancora fa sesso solo per soddisfare il partner. Le motivazioni più frequenti
riguardano la paura che il sesso durante la gravidanza possa far male al
bambino. A parte che nessun ginecologo farebbe mai un’affermazione di questo
tipo, io credo che il problema non appartiene ad un livello fisiologico. Il
problema è che una donna in gravidanza subisce pressioni collettive molto forti
che riducono drasticamente la propria individualità. L’effetto di questo è una
riduzione, quando più quando meno, della sfera del piacere e quindi di
quell'insieme di esperienze che riguardano i desideri di una persona, la propria
individualità.
Ovviamente vi sono sfumature soggettive, ma sullo sfondo mi pare si possa dire
che l’identità collettiva prende il sopravvento su quella individuale e
quest’ultima si trova compressa e svalorizzata. Fino ad un certo punto ciò è
inevitabile ma lo sforzo che occorre fare deve orientarsi nella direzione di
tenere in vita entrambe le parti principali dell’Identità, affinché la mamma
continui il suo corso come persona.
I TRE LIVELLI MENTALI DELLA MATERNITÀ
Ogni individuo cresce nella propria famiglia entrando in continue interazioni con i propri genitori in modo particolare con la madre, con la quale nei primi tre anni di vita, ha un legame particolarmente intenso. Nel corso dello sviluppo oltre ad un genitore esterno, reale, conviviamo con un genitore interno, un genitore interiorizzato attraverso le relazioni primarie. Un individuo durante il naturale percorso dello sviluppo, tenderà ad avere una maggiore identificazione con il genitore dello stesso sesso. Nella fase adolescenziale, in genere momento di grosse turbolenze, ogni ragazzo è spinto a distaccarsi, in termini mentali prima di tutto, dai propri genitori cercando di sviluppare la propria identità personale, con l’assunzione di propri valori, ideali, atteggiamenti ecc. E’ la fase in cui l’Identità tende ad assumere una sua struttura che costituirà la base del percorso evolutivo in età adulta. Questa struttura non è ovviamente statica, potrà subire cambiamenti più o meno radicali, ma rappresenterà il punto di riferimento principale nella propria esistenza. Nella fase adolescenziale si presentano molti conflitti, tra la parte strettamente legata ed identificata con i propri genitori e quella più personale legata a valori e sentimenti appartenenti al proprio contesto generazionale e a propri riferimenti personali. La nostra epoca ci pone di fronte ad una adolescenza molto lunga, in cui la ricerca di una identità personale e una conseguente autonomia dai genitori si è prolungata enormemente, tanto che diventa difficile delimitare una fase da un’altra. Fino ad appena cinquant’anni fa circa, il fatto di avere un lavoro, di essersi sistemati economicamente e anche socialmente, rappresentava un parametro sufficientemente chiaro per stabilire questo limite. Per un uomo, trovato un lavoro, pensava a mettere su famiglia, mentre una donna sceglieva, quando più o quando meno, l’uomo da sposare. Si costituiva una famiglia e questo determinava in modo chiaro il passaggio dalla giovinezza all’età adulta indipendentemente da quella anagrafica. Oggi le cose non sono così chiare, si incontrano persone adulte, professionalmente sistemate, con famiglia, che vivono un conflitto profondo rispetto ad uno o ad entrambe i genitori, che assomiglia molto ad una conflittualità adolescenziale. E’ come se la nostra epoca fosse accompagnata da una costante adolescenza, un continuo confronto con il proprio passato, indipendentemente dall’età e dalla condizione socio-culturale. E’ come se sia sempre più difficile costruire la propria identità personale in accordo con quella collettiva famigliare.
Freud avrebbe interpretato, in una persona adulta con problemi ancora irrisolti nei confronti dei propri genitori, un blocco del percorso libido, una fissazione della libido ad una fase pre-genitale. Al contrario, il raggiungimento della fase genitale, viene considerata, nella teoria freudiana classica, un traguardo che indica il completamento del percorso libidico identificabile con il mondo adulto.
Oggi la tendenza, anche nell’alveo della psicoanalisi, è di considerare le fasi libidiche indicate da Freud come un concetto superato o poco utile a comprendere e definire il percorso evolutivo di una persona. Quello che non piace è che questi stadi libidici seguano uno schema rigido e che investono la sola sfera della libido, cioè quella definita come energia istintuale-sessuale.
Il mio punto di vista è che Freud abbia teorizzato la Psicoanalisi quando nel campo della Psicologia clinica non esisteva praticamente nulla. L’ipnosi e le tecniche suggestive erano i rimedi terapeutici di quel tempo e immagino non sia stato facile mettere in piedi una teoria della mente che ha permesso, da quel momento in poi, l’indagine e la conoscenza del mondo endopsichico. Se ci avviciniamo alla teoria della libido, abbandonando una buona dose di rigidità intellettuale e di pregiudizio nei confronti della Psicoanalisi, si capisce che ha avuto il merito di definire il percorso evolutivo di una persona, mettendo in evidenza quanto questo sia insidioso e cosa a mio avviso fondamentale, quanto il destino di questo percorso evolutivo non sia scontato, ma sotto l’influenza dell’ambiente.
Nell’evoluzione della Psicoanalisi, la ricerca si è indirizzata verso le relazioni oggettuali, cioè le relazioni tra oggetti interni, il proprio mondo interiore, e oggetti esterni, l’ambiente. In modo particolare trovo particolarmente interessanti gli studi sulle relazioni di attaccamento, seguendo il filone teorico e clinico tracciato da Bowlby.
E’ inevitabile che ogni persona, nel corso della propria evoluzione, trovi
nel proprio mondo interiore parti della personalità strettamente legate ai
genitori e di conseguenza anche la propria organizzazione percettiva sarà molto
simile a quella del genitore dello stesso sesso. In genere non fa molto piacere,
ma questo è un fatto assolutamente naturale che garantisce ad ognuno una
continuità con il passato. Spesso le persone rimangono sorprese e in alcuni casi
preoccupate, dal fatto di trovare nel proprio partner tratti indistinguibili del
genitore del sesso opposto e ancora più sorpresi dei propri comportamenti e
atteggiamenti simili e in alcuni casi identici, al genitore dello stesso sesso.
Il problema è come si vive e come si articola tutto questo, non tanto nei
comportamenti, ma nel proprio mondo interiore. Una persona diviene adulta e
matura, come si dice, non perché elimina dal proprio mondo interiore i genitori,
cosa per altro impossibile e neanche diventando una loro appendice, ma cercando
di trovare un rapporto interno tra questi livelli, cercando di modificare dentro
di se i propri genitori, non fuori. Questa dinamica che investe ogni individuo,
assume caratteristiche peculiari nella donna. L’equivalente identità di genere
rispetto alla madre fa si che si crei una relazione molto profonda che ostacola
lo scioglimento naturale del legame simbiotico[1].
Vediamo perché. Inizialmente il rapporto tra una madre e la prole è equivalente
sia per un figlio maschio sia per una figlia femmina. Ma il superamento della
fase simbiotica, nella donna, è ostacolato dalla coincidenza di genere con la
madre. Una parte di questa simbiosi rimane irrisolta, nel senso che permane a
livello inconscio, pronta a riattivarsi nel corso della vita, in modo
particolare in situazioni di grossi cambiamenti che generano una forte
sollecitazione emotiva. Questo legame mentale-omosessuale, si stabilizza come
tale e sarà fonte di grande vitalità ma anche di grande conflittualità. Per
questo ogni legame importante urterà con questa simbiosi irrisolta e dovrà
inevitabilmente trovare un punto di equilibrio[2].
Questo sogno della Sig.ra P. ci aiuta a comprendere bene questa dinamica, che
muovendosi su un piano prevalentemente inconscio, è poco visibile e quindi
difficilmente comprensibile.
“stavo con un uomo. Ad un certo punto scopro che era anche il fidanzato di mia madre. Mi arrabbio con lei. Mia madre dice che sapeva che stava anche con me. Anche mia nonna materna era stata fidanzata con lui”
Questo sogno racconta in modo molto chiaro di un rapporto vissuto con un uomo
in cui la presenza della madre e della nonna risultano ingombranti. La Sig.ra P,
cercando di avere un rapporto soddisfacente con un uomo, incontra sia la madre
sia la nonna materna, creando a livello mentale un movimento a circuito chiuso,
senza che la propria dimensione personale, rappresentata all’incontro con un
uomo, possa esprimersi. Il sogno testimonia che la Sig.ra P. non è ancora in
grado di incontrare un uomo secondo le proprie coordinate, o detto in altro
modo, è ancora vincolata ad un rapporto simbiotico-omosessuale che ostacola
l’incontro con l’altro sesso. Tutto ciò si traduce, in termini di comportamenti
quotidiani, in una difficoltà se non una impossibilità a vivere una relazione
soddisfacente in cui la Sig.ra P. può mettere in gioco se stessa, spogliata per
quanto possibile, dalle vesti della madre e a sua volta da quelle della nonna.
Infatti la figlia è “dentro la madre” e la madre, è a sua volta, “dentro” la
nonna.
Questa simbiosi che rimane irrisolta, è la causa dei frequenti rapporti tra
madri e figlie che sono nei casi più estremi, molto complicati e con livelli di
conflittualità altissima. Spesso, come il sogno testimonia, ostacolano qualsiasi
forma di autonomia affettiva, sia della madre sia della figlia. O in modo
diametralmente opposto, generano un distacco forzato, opponendo al rischio di
simbiosi la massima distanza possibile dalla propria madre per sfilarsi da
qualsiasi condizionamento.
Come sempre parlare dei rapporti tra persone osservando i soli comportamenti
serve a poco o a niente. Il comportamento è sempre l’effetto di come siamo
dentro, è il risultato dei nostri equilibri e dei nostri squilibri. Preciso
questo per dire che i due esempi appena riportati sono due facce della stessa
medaglia. Da una parte prevale un atteggiamento di controllo di una sull’altra,
nel secondo di fuga. Ma è chiaro che questi due estremi, rappresentano entrambi
un rapporto fortemente vincolante da cui si cerca di liberarsi, costi quel che
costi. Nei casi limite una donna cerca di far fuori la propria madre, pensando
che la sua scomparsa sia la soluzione definitiva dei propri problemi.
Diciamo prima di tutto che la morte, sia reale sia mentale, non è mai una
soluzione. In secondo luogo la morte di un genitore ha sempre un impatto
fortemente negativo per un figlio.
Trovare un certo equilibrio, significa costruire un tessuto intermedio tra
quello che sono le aspirazioni personali e quelle Collettive, includendo nel
Collettivo anche quello famigliare. Questo tessuto è rappresentato da una parte
mentale che garantisce uno scambio continuo tra questi due livelli senza che
ognuno abbia una posizione esclusiva rispetto all’altro.
In un seminario di casi clinici, un collega illustrò di una paziente anoressica
che aveva una sconfinata conflittualità nei confronti della madre. Questa la
spingeva a fantasie di morte nei suoi confronti, come soluzione definitiva. Per
lei era l’unica possibilità, dimostrando quante poche risorse aveva da
utilizzare e conseguentemente quanto ritenesse impossibile modificare la
situazione. La madre morì di vecchiaia e la donna sprofondò nella depressione da
cui si riprese dopo molto tempo. Oltre ad essere letteralmente devastata da
sentimenti di colpa, con la morte della madre anche una parte di lei è scomparsa
nella tomba e questo ha comportato vivere in un groviglio di sentimenti ed
emozioni laceranti, con preoccupante peggioramento delle sue condizioni.
La vita di ognuno di noi è data dalla propria madre e la sua morte ha sempre un
effetto depressivo molto forte, tanto maggiore quanto grande è stata la
conflittualità in vita. Un rapporto conflittuale vivo è comunque un rapporto
vivo e suscettibile di piccole o grandi modificazioni. E’ una condizione di
confronto, anche se di scontro, che tiene in vita quello che è possibile tenere
in vita. Mentre la morte segna la fine di un rapporto vissuto e trasforma quello
che abbiamo dell’altra persona in qualcosa di immodificabile, come è la morte.
Un altro sogno, questa volta di un uomo, ci aiuta a capire meglio questo
concetto.
Mia madre aveva un incurabile tumore. Un mio amico medico mi dice con molta franchezza che i disturbi che mia madre ha avuto di recente all’anca, non hanno origine reumatica, ma sono determinati da un tumore, che ormai ha raggiunto ogni parte del corpo. Mia madre è così destinata a morire in pochissimo tempo e io sono disperato.
Questo sogno è molto importante, in quanto mi permette anche di fare alcune
considerazioni sulla interpretazione dei sogni.
I sogni raramente rappresentano la realtà, ma possono utilizzare un fatto, una
immagine, una persona per esprimere un proprio stato interiore. Sono percezioni
interne e quindi vanno collocati nella storia della persona calati nella sua
mente, nello stato d’animo di quel momento ma anche nelle sue strutture più
profonde. Il sogno è il lavoro che la mente fa per tentare di “riparare” ferite
interne, mobilitando quando possibile, risorse vitali. Il sogno è una funzione
fisiologica, indipendente da un discorso analitico. Ma è pur vero che,
attraverso le stimolazioni dell’analisi, la mente tende ad una mobilitazione e i
sogni rappresentano il risultato di questo lavoro.
Avviciniamoci al sogno di G. Nella realtà, la madre aveva effettivamente un
problema all’anca, ma di lieve entità. Infatti era una donna completamente
autonoma. Allora viene da chiedersi, perché questo sogno così distante dalla
realtà delle cose?
Ricostruendo la storia di G. possiamo dare un senso a questo sogno. G. ha perso
il padre in tarda adolescenza e questo ha avuto un effetto negativo in vari
momenti della sua vita. Nei due anni precedenti alla morte del padre, il loro
rapporto era diventato molto difficile al punto da non parlarsi più. Pur vivendo
una vita soddisfacente, porta dentro di se una parte morta, che in momenti
diversi emerge, generando uno stato depressivo. La parte morta non è la madre,
come il sogno darebbe ad intendere. Al contrario la madre rappresenta la sua
vitalità, la possibilità di contrastare la morte che lo tormenta. La madre gli
ha dato la vita e nel sogno rappresenta la sua parte vitale. Ma allora perché
nel sogno è affetta da un tumore incurabile che la porterà alla morte?
Nella nostra mente, come ad ogni livello biologico, è sempre presente una
certa tensione tra vita e morte. La presenza della morte ad un certo livello
mentale, è come una ferita presente in una parte del nostro corpo. La parte
ferita, è la parte sofferente e questa genera una mobilitazione di tutti i
livelli psicofisici per tentare di risolvere il problema, curarla ed eliminare
lo stato di sofferenza.
La presenza mortifera che G. si porta dentro probabilmente incistata con la
morte del padre, non è affrontabile nel momento del sogno, in quanto la spinta
vitale rappresentata dalla madre è malata, minacciata essa stessa dalla morte e
quindi non utilizzabile. E’ come utilizzare un medicinale scaduto che non avrà
effetto.
Possiamo anche avvicinarci a questo sogno in una dimensione relazionale. Questo
ci porta a pensare la madre del sogno, come la rappresentante del rapporto con
la donna, con l’altro sesso. Se prendiamo questa strada è evidente che il
rapporto con la donna è gravemente compromesso, nel senso che G. sente questo
rapporto alla deriva, sente che la sua relazione d’amore come forza vitale per
contrastare la morte, è finita.
E’ un altro modo di vedere il sogno, che apre ad una indagine sui rapporti
personali con le donne di G, ma non mi pare il caso di andare oltre.
Questi due approcci al sogno, apparentemente distanti, sono in realtà
sovrapponibili, in quanto entrambe sottolineano una minaccia per G, raccontano
della difficoltà se non l’impossibilità a trovare una via di uscita alla sua
depressione.
Fin tanto che una donna non ha figli può riuscire, in un modo o nell’altro, a
svincolarsi agilmente dalla madre, riesce a sopportare anche un legame che si
muove nella geometria della simbiosi. Le tensioni rimaste stagnanti
nell’inconscio, che non hanno avuto una elaborazione, una evoluzione adeguata,
se non sono particolarmente pressanti, rimangono in una specie di limbo. Tutto
questo ha un costo, nel senso che il canale comunicativo inconscio viene come
strozzato, ridotto nella sua portata, per impedire che attraverso questo passi
un livello emotivo in grado di minacciare l’equilibrio acquisito. Con l’avvento
della maternità questo non è più possibile, una donna ha inevitabilmente bisogno
di accedere nei propri serbatoi più profondi e in questi incontra la propria
madre e tutto quello ad essa collegato. Il legame fino a quel momento presente,
ma non completamente attivo, si presenta in tutta la sua irruenza, diviene fonte
di vita ma anche di morte, come abbiamo visto nel sogno in precedenza.
A causa del grosso cambiamento e alla profonda sollecitazione emotiva, entrano
in contatto tre livelli fondamentali della propria struttura mentale.
Lo schema che propongo aiuta a capire la dinamica mentale che si attiva in
questa fase. Nella parte sinistra, in blu, sono rappresentati i tre livelli
mentali di una madre e a destra in rosso quella della figlia prossima alla
maternità.

Questa dinamica crea un sistema circolare in cui entrano in gioco questi tre
livelli fondamentali. Il primo riguarda la maternità della madre che la figlia
avrà ereditato mentalmente, il secondo il rapporto con la propria madre come
figlia, fatto di esperienze, ricordi ed emozioni e il terzo la nuova maternità
con la propria figlia. Il primo e il secondo livello sono in generale meno
percepibili ma in alcuni casi molto complessi, in quanto proprio perché
appartenenti ad un passato lontano, si muovono prevalentemente ad un livello
inconscio utilizzando quindi un sistema di comunicazione pre-verbale, più
difficile da comunicare e articolare. Ovviamente è una suddivisione schematica,
in quanto questi tre livelli sono in continua interazione e non è così facile
distinguere l’uno dall’altro e la cosa più rilevante è che una donna deve essere
in grado, per vivere la propria maternità, di tenere in movimento questo
circuito, alimentarlo e padroneggiarlo, evitando di rimanere incagliata
"patologicamente" in una di queste tre dimensioni. Il sogno che segue è di una
paziente in gravidanza che avendo perso la propria madre da ragazza, nel momento
in cui si trova ad affrontare la gravidanza, sprofonda in una terribile
depressione.
“Improvvisamente mi trovo in un lago di sangue, come se avessi un aborto”
Nonostante che la signora abbia cercato e voluto il bambino, nonostante che la gravidanza su un piano strettamente fisico proseguisse tranquillamente, una parte di lei non sopporta questa nuova condizione e la “soluzione” estrema è l’aborto, come viene chiaramente espresso nel sogno. La circolarità dei tre livelli è impossibilitata dal fatto che, avendo perso la mamma da molto giovane, rimane rigidamente legata alla maternità presente. Ogni volta che tenta, come è naturale e necessario, di attivare i livelli che la mettono in comunicazione con la maternità della madre e la maternità come figlia, incontra inevitabilmente la morte, cioè un vuoto incolmabile, con conseguente depressione e perdita di riferimenti interni. Un’altra donna in gravidanza, in procinto di partorire mi porta il seguente sogno.
“Mi trovavo in un posto sconosciuto, avevo timore d’inciampare su qualche radice degli alberi che si trovavano sul marciapiede. Insieme a me c’è una donna anziana che si muove con fatica. Forse è mia madre”
Questo sogno, invece, ci mostra un movimento
difficoltoso di questi tre livelli. Ma la difficoltà è inevitabile, in quanto il
contatto interno tra la nuova maternità, la maternità della madre e la maternità
come figlia, comporta inevitabilmente momenti in cui si può inciampare, come
recita il sogno.
Nel momento in cui una donna si avvicina alla maternità dovrà elaborare e far
dialogare interiormente questi tre livelli. E’ un passaggio necessario,
indispensabile, per poter vivere in modo personale la maternità senza
appesantire il rapporto con il proprio bambino di conflitti irrisolti che
appartengono al proprio passato. Tutto questo si muove su una dinamica molto
complessa, in quanto la difficoltà maggiore sta nel trovare un proprio modo di
essere madre come risultato del contatto e del rapporto di questi tre livelli.
E’ un percorso interiore assai difficile in molti casi, in quanto nel momento in
cui entrano in rapporto è cosa rara che vi sia un’armonia precostituita.
Tradotto in un linguaggio parlato, voglio mostrare come una madre, in vari modi
più o meno espliciti, dice alla propria figlia divenuta mamma: “io ho fatto in
questo modo e ho cresciuto dei figli splendidi. Tu ne sei un esempio”. Questo
messaggio, che in un modo o nell’altro passa tra madri e figlie, è in realtà una
trappola terribile. Se la nuova madre aderisce totalmente al modello di sua
madre, valorizza la propria identità come figlia, ma annulla completamente la
possibilità di vivere la propria maternità. Se forza il messaggio materno potrà,
come in alcuni casi accade, trovare un’alleata nella nonna che “userà” contro la
madre. Oppure costruirà un muro per differenziarsi rigidamente dalla propria
madre, per cercare di proteggere la propria maternità. In entrambe questi casi,
il messaggio viene tradito con un conseguente senso di rifiuto e di incapacità a
gestire il rapporto.
E’ quindi un messaggio che pone una donna in una condizione molto complicata. Si
può uscire da questa trappola, solo trovando un punto di mediazione interno in
cui questi tre livelli possano convivere e la conseguenza sarà vivere la propria
maternità presente pur mantenendo in vita il proprio passato.
Il movimento di questi tre livelli è fondamentale affinché non vi sia una
prevalenza statica di uno di essi, che è la causa principale del sentirsi
spettatrice della propria maternità o al contrario coinvolta in una missione
impossibile, contro tutto e contro tutti.
NOTE
[1]
Come sappiamo il legame simbiotico è una particolare
forma di rapporto in cui non vi è una distinzione dell’uno e dell’altro.
Nei primi mesi di vita, garantisce la sopravvivenza in quanto il bambino
non ha capacità autonome, sia fisiche sia mentali. Via via tende a
dissolversi, sostituito da una forma di rapporto più evoluto, basato su
una relazione interpersonale.
[2] Per il maschietto lo sviluppo della simbiosi seguirà un percorso diverso. La differenza di genere rispetto alla madre lo spingerà verso una identificazione con il papà. Questa spinta tenderà a sciogliere in modo più efficace la simbiosi nei confronti della madre.