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GRAVIDANZA
E
MATERNITA'
 

 

 


Un feto umano in uno schizzo di Leonardo da Vinci.

 


La vita di ognuno di noi inizia nel ventre di una donna.
Di fronte ad una donna con una bella pancia tendiamo a pensare pochissimo alla donna come persona. Pensiamo in primo luogo al bambino che porta dentro e alle sensazioni che prova rispetto a lui. Esiste evidentemente una persona, che insieme alle vistose trasformazioni fisiche, corrispondono altri cambiamenti di natura psicologica, meno visibili e probabilmente meno consapevoli e condivisibili. Oltre a quell’universo di sentimenti ed emozioni positive che accompagnano la gravidanza e successivamente la maternità, esistono aspetti molto inquietanti che una donna dovrà affrontare. Nei primi tre mesi, per esempio, le nausee che accompagnano l’inizio della gravidanza segnalano una difficoltà di adattamento a questa nuova situazione. La nausea è un riflesso viscerale di espulsione, un tentativo di liberarsi di qualcosa che si avverte dentro e di cui si percepisce un certo ingombro. Rientra in una sintomatologia normale nel periodo iniziale della gravidanza, proprio perché è normale, in una fase di adattamento così delicata, che coinvolge ogni livello psicofisico, vi siano forze opposte che generano piccoli o grandi squilibri. Da una parte tutte le funzionalità si orientano ad ospitare e alimentare l’embrione, ma ad altri livelli l’embrione stesso viene percepito come un ingombro, un aspetto invasivo proveniente dall’esterno. Per capire questo occorre entrare in profondità e cioè ad un livello in cui entra in gioco la sessualità e gli aspetti sia fisici sia mentali ad essa correlati. Occorre partire dalle differenze esistente tra i due sessi. Differenze che risultano molto evidenti da un punto di vista anatomico ma lo sono anche da un punto di vista funzionale. Se si pensa all’anatomia sessuale, osserviamo nella donna una predisposizione a ricevere, creare uno spazio per accogliere l’organo sessuale maschile e successivamente il suo liquido seminale. E’ necessario precisare che la posizione ricettiva della donna, non va semplificata come a posizione passiva. Le due condizioni, che in alcuni casi possono coincidere, non lo sono in generale. Infatti perché avvenga la penetrazione è necessaria una lubrificazione della vagina, senza la quale il rapporto non può andare avanti e in alcuni casi non può nemmeno iniziare. Così come per l'inseminazione occorre un tessuto in grado di accogliere gli spermatozoi e facilitare il loro percorso e la conseguente penetrazione nell'ovocita.

Nell’uomo la posizione è diametralmente opposta, cioè tende a portare fuori di sé, attraverso l’erezione e successivamente con l’eiaculazione. Questi aspetti anatomico e funzionali, che permettono l’incontro sessuale, sono importanti in quanto ci aiutano a comprendere oltre l’aspetto pratico della sessualità, anche l’aspetto mentale. E’ scontato dire che la mente di un uomo e di una donna nell’incontro sessuale, come probabilmente in altre situazioni di incontro, segua parallelamente lo schema prima descritto e quindi, il problema di una donna è preparare il proprio corpo, così come la propria mente, ad accogliere l’uomo dentro di sé. Rimane il fatto che anche quando tutto funziona per il meglio, ad alcuni livelli, il rapporto sessuale viene vissuto per una donna come invasivo. Questo mi pare possa spiegare le rimostranze  che spesso le donne fanno al proprio partner di essere troppo irruento e manchevole di preliminari per lei necessari. Una donna ha quindi bisogno di un tempo e di un modo per accogliere l’uomo, non può vivere un incontro in modo troppo precipitoso come invece un uomo può fare. Non è ne un limite, ne un vantaggio, è semplicemente così.
Tornando al discorso sulla gravidanza, è comprensibile che a questa invasività vi sia una reazione di rigetto. L’invasività maschile, quando una donna rimane in cinta, è maggiore in quanto ha generato un embrione che con la crescita modificherà il corpo e la donna dovrà accudire nel proprio ventre un tempo lunghissimo, rispetto alle altre specie viventi.
I vari sintomi che emergono inizialmente, scompaiono o comunque si attenuano dopo i tre mesi, testimoniando un accoglimento ed una conseguente sistemazione psicofisica. Nei casi più problematici, la gravidanza diventa un tormento, una specie di tortura. Ricordo di una paziente che dovette combattere tutta la gravidanza con nausea e vomito, al punto da dover essere ricoverata per un principio di disidratazione dovuto ai continui rigurgiti. Questo stato fu una costante minaccia per tutto il periodo di gestazione e mise in serio pericolo lo sviluppo dell’embrione. Per lei fu un periodo terribile ma alla fine riuscì ad avere una bella bambina.
Un altro esempio che ci aiuta a capire cosa succede durante la gestazione, riguarda le minacce di aborto e gli aborti, molto frequenti e spesso nascosti, che avvengono nei primi mesi di gestazione. Le gravidanze allettate sono molto frequenti e anche molto faticose. Vivere nove mesi con una minaccia di morte continua e pressante, con la quale combattere quotidianamente è una cosa terribile.
L’aborto rappresenta un segnale inequivocabile di faticose sistemazioni psicofisiche che per motivi diversi falliscono. In alcuni casi i continui aborti diventano un impedimento alla procreazioni, in quanto si ripetono ad ogni tentativo di avere un figlio. Quando una donna entra in questa spirale, lentamente viene a demolirsi la sua struttura psichica lasciando dentro un’ombra inquietante con cui dovrà convivere, nella maggior parte dei casi, con profonda depressione e disagio. I così detti aborti spontanei sono sempre stati sottovalutati a mio parere, un tempo perché non si avevano strumenti clinici e terapeutici per contrastare il problema, oggi semplicemente perché la valutazione della situazione e la conseguente diagnosi rimane rinchiusa nella sfera medica tradizionale, trascurando il fatto che  l’annidamento del futuro embrione e la conseguente interazione tra l’embrione e la donna si regge su un complicato equilibrio in cui è coinvolta tutta la psicofisiologia. Sappiamo infatti che i movimenti di contrazione dell’utero sono condizionati dall’interazione tra sistema endocrino e sistema nervoso centrale e mi pare abbastanza elementare avvicinarsi al problema oltre che attraverso diagnosi mediche, anche con un approccio che consideri la donna non come una fotocopiatrice ma come persona fatta di pensieri, paure e tutto quello che normalmente governa un essere umano.
Come dicevo in precedenza un aborto viene sottovalutato sia rispetto al conseguente fallimento del concepimento, sia rispetto all’esperienza in se, come se si trattasse della perdita di un dente. Il vissuto dell’aborto è una esperienza terribile, sia se avviene naturalmente sia se indotto, in quanto lascia dentro una donna una esperienza mortifera, accompagnata da una frustrazione enorme. Nell’aborto volontario si tende a pensare in modo più o meno esplicito,  che essendo una scelta dettata dalla volontà non ci possa essere un disagio, o peggio ancora, che il disagio è la punizione idonea alla scelta fatta. Sgombrando questioni ideologiche e moralistiche di vario tipo, mi pare che ci si debba occupare della persona, prima di tutto, utilizzando tutte le risorse che abbiamo a disposizione per migliorare la salute psicofisica.
Un altro esempio molto interessante ma anche inquietante, riguarda una paziente venuta in consultazione, che mi raccontò di aver perso due figli all’ottavo mese. Improvvisamente e inspiegabilmente questi feti, ormai bambini, morivano poco prima di nascere. Ebbe poi tre figli, ma tutti nati con un parto cesareo programmato che anticipava quel terribile punto di morte. Mi colpì molto questo racconto, in quanto mi chiesi come potesse essere possibile la perdita di un feto quando ormai i giochi erano fatti, quando ormai anche clinicamente non si usa più chiamarlo feto, ma bambino.
Il momento del parto è il culmine di un percorso complicato e faticoso. Mentre nove mesi fa, il problema era quello di trovare un posto al futuro bambino dentro il proprio corpo, ora, in previsione del parto bisogna gestire il distacco, il distacco da qualcosa che una donna sente come una parte di se. Se prima c’era uno spazio da riempire ora c’è un vuoto da colmare. Questo momento cruciale, evidentemente, non era una situazione che la signora precedente era in grado di gestire.
Portando nel proprio ventre il bambino, una donna si identifica con lui, sente la sua presenza come una parte di se, non come una vita separata dalla sua. Vive il bambino dentro come una sua parte, come può essere un braccio, un piede. E’ la natura che richiede questo tipo di coinvolgimento-commistione, in quanto nel periodo di gestazione e nei primi mesi di vita, il bambino non è attrezzato per vivere autonomamente. Le sue funzioni fisiologiche e psicologiche sono completamente dipendenti dalla mamma. Questo implica che avvicinandosi al parto avvenga il primo e importantissimo distacco tra madre e feto. La madre deve accettare un certo grado di autonomia ed indipendenza del bambino, deve trasferirgli quella vitalità che gli permetterà di compiere il passo più importante ma anche così complicato e impregnato di pericoli, il parto.
Il momento del parto e i giorni successivi ad esso, rappresentano una fase particolare, difficilmente descrivibile. Come una magia, da un insignificante spermatozoo incontratosi con un ovulo, nasce la vita. Il puerperio è un momento colmo di sensazioni positive ma anche di fantasmi minacciosi. La depressione puerperale o post-partum, si affaccia, quando più quando meno, a testimonianza di una grande sofferenza. In questa fase una donna, con enorme fatica, riacquista le sue funzioni normali, lentamente deve adattarsi ancora ad un grosso cambiamento. Ma non tornerà ad essere quella di prima. La presenza di un bambino da accudire e crescere creerà una condizione nuova, la maternità.
La maternità, dunque, crea una nuova condizione, modificherà i rapporti con il mondo e quindi anche con il proprio partner il quale anche lui, dovrà essere pronto sia alla paternità sia ad un rapporto diverso con la propria compagna.
Ogni traguardo nella crescita del bambino è spinto da una evoluzione naturale ma determinerà continui micro distacchi che dovranno essere elaborati sia dalla mamma sia dal bambino stesso. E’ come se questi traguardi siano guidati da un accordo inconscio tra la madre e il suo bambino.
Oltre alla crescita del bambino e della madre in quanto tale, parallelamente e in modo più nascosto, esiste una crescita della donna in quanto persona. Questo è l’aspetto più importante, in quanto siamo pieni di libri e trattati sulla maternità della paternità ma poco o niente della madre come donna, come persona. Sono discorsi, in genere, trattati in modo parziale e in cui viene data poca importanza alla persona. Perché? Solo questa mancanza dovrebbe far riflettere. Io credo che il motivo per cui una donna sprofonda e viene fatta sprofondare nella maternità, passatemi il termine un po’ cruento, sia determinato dal fatto che la maternità è un’assunzione di un ruolo sociale che in parte contrasta con una evoluzione personale. E’ come se, dal momento in cui nasce un figlio, una donna perde la propria dimensione individuale, fatta di rapporti personali quindi anche affettivi, professionali e intellettuali. Inizialmente, proprio per il basso livello di autonomia del cucciolo di uomo, è così. Ma purtroppo bisogna sottolineare il fatto che spesso una donna vive un eterno conflitto tra la sua maternità e la sua individualità. Questo conflitto non mi pare sia generato dagli uomini, casomai può venire alimentato, ma in primo luogo è generato e sostenuto dal Collettivo che preme affinché una donna si occupi della prole anche quando non vi è più una necessità vitale.
Un altro fenomeno che ci aiuta a capire questo è il calo se non l’arresto totale della sessualità durante la gravidanza. La sessualità negli esseri umani, diversamente da altri animali, non è strettamente legata alla riproduzione, cioè ad un processo Collettivo. Fortunatamente abbiamo la possibilità di gestirla e di viverla all’interno di una relazione amorosa proteggendola, fino ad un certo punto, da condizionamenti esterni. Direi che la sessualità rappresenta l’aspetto vitale, un collante importante in un rapporto di coppia. Ma evidentemente, questa conquista evolutiva non è così facile da gestire. In una gravidanza normale, non ci sono controindicazioni rispetto l’attività sessuale ma nonostante ciò in genere una donna la evita, in parte o totalmente, o peggio ancora fa sesso solo per soddisfare il partner. Le motivazioni più frequenti riguardano la paura che il sesso durante la gravidanza possa far male al bambino. A parte che nessun ginecologo farebbe mai un’affermazione di questo tipo, io credo che il problema non appartiene ad un livello fisiologico. Il problema è che una donna in gravidanza subisce pressioni collettive molto forti che riducono drasticamente la propria individualità. L’effetto di questo è una riduzione, quando più quando meno, della sfera del piacere e quindi di quell'insieme di esperienze che riguardano i desideri di una persona, la propria individualità.
Ovviamente vi sono sfumature soggettive, ma sullo sfondo mi pare si possa dire che l’identità collettiva prende il sopravvento su quella individuale e quest’ultima si trova compressa e svalorizzata. Fino ad un certo punto ciò è inevitabile ma lo sforzo che occorre fare deve orientarsi nella direzione di tenere in vita entrambe le parti principali dell’Identità, affinché la mamma continui il suo corso come persona.

I TRE LIVELLI MENTALI DELLA MATERNITÀ

Ogni individuo cresce nella propria famiglia entrando in continue interazioni con i propri genitori in modo particolare con la madre, con la quale nei primi tre anni di vita, ha un legame particolarmente intenso. Nel corso dello sviluppo oltre ad un genitore esterno, reale, conviviamo con un genitore interno, un genitore interiorizzato attraverso le relazioni primarie. Un individuo durante il naturale percorso dello sviluppo, tenderà ad avere una maggiore identificazione con il genitore dello stesso sesso. Nella fase adolescenziale, in genere momento di grosse turbolenze, ogni ragazzo è spinto a distaccarsi, in termini mentali prima di tutto, dai propri genitori cercando di sviluppare la propria identità personale, con l’assunzione di propri valori, ideali, atteggiamenti ecc. E’ la fase in cui l’Identità tende ad assumere una sua struttura che costituirà la base del percorso evolutivo in età adulta. Questa struttura non è ovviamente statica, potrà subire cambiamenti più o meno radicali, ma rappresenterà il punto di riferimento principale nella propria esistenza. Nella fase adolescenziale si presentano molti conflitti, tra la parte strettamente legata ed identificata con i propri genitori e quella più personale legata a valori e sentimenti appartenenti al proprio contesto generazionale e a propri riferimenti personali. La nostra epoca ci pone di fronte ad una adolescenza molto lunga, in cui la ricerca di una identità personale e una conseguente autonomia dai genitori si è prolungata enormemente, tanto che diventa difficile delimitare una fase da un’altra. Fino ad appena cinquant’anni fa circa, il fatto di avere un lavoro, di essersi sistemati economicamente e anche socialmente, rappresentava un parametro sufficientemente chiaro per stabilire questo limite. Per un uomo, trovato un lavoro, pensava a mettere su famiglia, mentre una donna sceglieva, quando più o quando meno, l’uomo da sposare. Si costituiva una famiglia e questo determinava in modo chiaro il passaggio dalla giovinezza all’età adulta indipendentemente da quella anagrafica. Oggi le cose non sono così chiare, si incontrano persone adulte, professionalmente sistemate, con famiglia, che vivono un conflitto profondo rispetto ad uno o ad entrambe i genitori, che assomiglia molto ad una conflittualità adolescenziale. E’ come se la nostra epoca fosse accompagnata da una costante adolescenza, un continuo confronto con il proprio passato, indipendentemente dall’età e dalla condizione socio-culturale. E’ come se sia sempre più difficile costruire la propria identità personale in accordo con quella collettiva famigliare.

Freud avrebbe interpretato, in una persona adulta con problemi ancora irrisolti nei confronti dei propri genitori, un blocco del percorso libido, una fissazione della libido ad una fase pre-genitale. Al contrario, il raggiungimento della fase genitale, viene considerata, nella teoria freudiana classica, un traguardo che indica il completamento del percorso libidico identificabile con il mondo adulto.

Oggi la tendenza, anche nell’alveo della psicoanalisi, è di considerare le fasi libidiche indicate da Freud come un concetto superato o poco utile a comprendere e definire il percorso evolutivo di una persona. Quello che non piace è che questi stadi libidici seguano uno schema rigido e che investono la sola sfera della libido, cioè quella definita come energia istintuale-sessuale.

Il mio punto di vista è che Freud abbia teorizzato la Psicoanalisi quando nel campo della Psicologia clinica non esisteva praticamente nulla. L’ipnosi e le tecniche suggestive erano i rimedi terapeutici di quel tempo e immagino non sia stato facile mettere in piedi una teoria della mente che ha permesso, da quel momento in poi, l’indagine e la conoscenza del mondo endopsichico. Se ci avviciniamo alla teoria della libido, abbandonando una buona dose di rigidità intellettuale e di pregiudizio nei confronti della Psicoanalisi, si capisce che ha avuto il merito di definire il percorso evolutivo di una persona, mettendo in evidenza quanto questo sia insidioso e cosa a mio avviso fondamentale, quanto il destino di questo percorso evolutivo non sia scontato, ma sotto l’influenza dell’ambiente.

Nell’evoluzione della Psicoanalisi, la ricerca si è indirizzata verso le relazioni oggettuali, cioè le relazioni tra oggetti interni, il proprio mondo interiore, e oggetti esterni, l’ambiente. In modo particolare trovo particolarmente interessanti gli studi sulle relazioni di attaccamento, seguendo il filone teorico e clinico tracciato da Bowlby.

E’ inevitabile che ogni persona, nel corso della propria evoluzione, trovi nel proprio mondo interiore parti della personalità strettamente legate ai genitori e di conseguenza anche la propria organizzazione percettiva sarà molto simile a quella del genitore dello stesso sesso. In genere non fa molto piacere, ma questo è un fatto assolutamente naturale che garantisce ad ognuno una continuità con il passato. Spesso le persone rimangono sorprese e in alcuni casi preoccupate, dal fatto di trovare nel proprio partner tratti indistinguibili del genitore del sesso opposto e ancora più sorpresi dei propri comportamenti e atteggiamenti simili e in alcuni casi identici, al genitore dello stesso sesso. Il problema è come si vive e come si articola tutto questo, non tanto nei comportamenti, ma nel proprio mondo interiore. Una persona diviene adulta e matura, come si dice, non perché elimina dal proprio mondo interiore i genitori, cosa per altro impossibile e neanche diventando una loro appendice, ma cercando di trovare un rapporto interno tra questi livelli, cercando di modificare dentro di se i propri genitori, non fuori. Questa dinamica che investe ogni individuo, assume caratteristiche peculiari nella donna. L’equivalente identità di genere rispetto alla madre fa si che si crei una relazione molto profonda che ostacola lo scioglimento naturale del legame simbiotico[1]. Vediamo perché. Inizialmente il rapporto tra una madre e la prole è equivalente sia per un figlio maschio sia per una figlia femmina. Ma il superamento della fase simbiotica, nella donna, è ostacolato dalla coincidenza di genere con la madre. Una parte di questa simbiosi rimane irrisolta, nel senso che permane a livello inconscio, pronta a riattivarsi nel corso della vita, in modo particolare in situazioni di grossi cambiamenti che generano una forte sollecitazione emotiva. Questo legame mentale-omosessuale, si stabilizza come tale e sarà fonte di grande vitalità ma anche di grande conflittualità. Per questo ogni legame importante urterà con questa simbiosi irrisolta e dovrà inevitabilmente trovare un punto di equilibrio[2].
Questo sogno della Sig.ra P. ci aiuta a comprendere bene questa dinamica, che muovendosi su un piano prevalentemente inconscio, è poco visibile e quindi difficilmente comprensibile.

“stavo con un uomo. Ad un certo punto scopro che era anche il fidanzato di mia madre. Mi arrabbio con lei. Mia madre dice che sapeva che stava anche con me. Anche mia nonna materna era stata fidanzata con lui”

Questo sogno racconta in modo molto chiaro di un rapporto vissuto con un uomo in cui la presenza della madre e della nonna risultano ingombranti. La Sig.ra P, cercando di avere un rapporto soddisfacente con un uomo, incontra sia la madre sia la nonna materna, creando a livello mentale un movimento a circuito chiuso, senza che la propria dimensione personale, rappresentata all’incontro con un uomo, possa esprimersi. Il sogno testimonia che la Sig.ra P. non è ancora in grado di incontrare un uomo secondo le proprie coordinate, o detto in altro modo, è ancora vincolata ad un rapporto simbiotico-omosessuale che ostacola l’incontro con l’altro sesso. Tutto ciò si traduce, in termini di comportamenti quotidiani, in una difficoltà se non una impossibilità a vivere una relazione soddisfacente in cui la Sig.ra P. può mettere in gioco se stessa, spogliata per quanto possibile, dalle vesti della madre e a sua volta da quelle della nonna. Infatti la figlia è “dentro la madre” e la madre, è a sua volta,  “dentro” la nonna.
Questa simbiosi che rimane irrisolta, è la causa dei frequenti rapporti tra madri e figlie che sono nei casi più estremi, molto complicati e con livelli di conflittualità altissima. Spesso, come il sogno testimonia, ostacolano qualsiasi forma di autonomia affettiva, sia della madre sia della figlia. O in modo diametralmente opposto, generano un distacco forzato, opponendo al rischio di simbiosi la massima distanza possibile dalla propria madre per sfilarsi da qualsiasi condizionamento.
Come sempre parlare dei rapporti tra persone osservando i soli comportamenti serve a poco o a niente. Il comportamento è sempre l’effetto di come siamo dentro, è il risultato dei nostri equilibri e dei nostri squilibri. Preciso questo per dire che i due esempi appena riportati sono due facce della stessa medaglia. Da una parte prevale un atteggiamento di controllo di una sull’altra, nel secondo di fuga. Ma è chiaro che questi due estremi, rappresentano entrambi un rapporto fortemente vincolante da cui si cerca di liberarsi, costi quel che costi. Nei casi limite una donna cerca di far fuori la propria madre, pensando che la sua scomparsa sia la soluzione definitiva dei propri problemi.
Diciamo prima di tutto che la morte, sia reale sia mentale, non è mai una soluzione. In secondo luogo la morte di un genitore ha sempre un impatto fortemente negativo per un figlio.
Trovare un certo equilibrio, significa costruire un tessuto intermedio tra quello che sono le aspirazioni personali e quelle Collettive, includendo nel Collettivo anche quello famigliare. Questo tessuto è rappresentato da una parte mentale che garantisce uno scambio continuo tra questi due livelli senza che ognuno abbia una posizione esclusiva rispetto all’altro.
In un seminario di casi clinici, un collega illustrò di una paziente anoressica che aveva una sconfinata conflittualità nei confronti della madre. Questa la spingeva a fantasie di morte nei suoi confronti, come soluzione definitiva. Per lei era l’unica possibilità, dimostrando quante poche risorse aveva da utilizzare e conseguentemente quanto ritenesse impossibile modificare la situazione. La madre morì di vecchiaia e la donna sprofondò nella depressione da cui si riprese dopo molto tempo. Oltre ad essere letteralmente devastata da sentimenti di colpa, con la morte della madre anche una parte di lei è scomparsa nella tomba e questo ha comportato vivere in un groviglio di sentimenti ed emozioni laceranti, con preoccupante peggioramento delle sue condizioni.
La vita di ognuno di noi è data dalla propria madre e la sua morte ha sempre un effetto depressivo molto forte, tanto maggiore quanto grande è stata la conflittualità in vita. Un rapporto conflittuale vivo è comunque un rapporto vivo e suscettibile di piccole o grandi modificazioni. E’ una condizione di confronto, anche se di scontro, che tiene in vita quello che è possibile tenere in vita. Mentre la morte segna la fine di un rapporto vissuto e trasforma quello che abbiamo dell’altra persona in qualcosa di immodificabile, come è la morte.
Un altro sogno, questa volta di un uomo, ci aiuta a capire meglio questo concetto.

Mia madre aveva un incurabile tumore. Un mio amico medico mi dice con molta franchezza che i disturbi che mia madre ha avuto di recente all’anca, non hanno origine reumatica, ma sono determinati da un tumore, che ormai ha raggiunto ogni parte del corpo. Mia madre è così destinata a morire in pochissimo tempo e io sono disperato.

Questo sogno è molto importante, in quanto mi permette anche di fare alcune considerazioni sulla interpretazione dei sogni.
I sogni raramente rappresentano la realtà, ma possono utilizzare un fatto, una immagine, una persona per esprimere un proprio stato interiore. Sono percezioni interne e quindi vanno collocati nella storia della persona calati nella sua mente, nello stato d’animo di quel momento ma anche nelle sue strutture più profonde. Il sogno è il lavoro che la mente fa per tentare di “riparare” ferite interne, mobilitando quando possibile, risorse vitali. Il sogno è una funzione fisiologica, indipendente da un discorso analitico. Ma è pur vero che, attraverso le stimolazioni dell’analisi, la mente tende ad una mobilitazione e i sogni rappresentano il risultato di questo lavoro.
Avviciniamoci al sogno di G. Nella realtà, la madre aveva effettivamente un problema all’anca, ma di lieve entità. Infatti era una donna completamente autonoma. Allora viene da chiedersi, perché questo sogno così distante dalla realtà delle cose?
Ricostruendo la storia di G. possiamo dare un senso a questo sogno. G. ha perso il padre in tarda adolescenza e questo ha avuto un effetto negativo in vari momenti della sua vita. Nei due anni precedenti alla morte del padre, il loro rapporto era diventato molto difficile al punto da non parlarsi più. Pur vivendo una vita soddisfacente, porta dentro di se una parte morta, che in momenti diversi emerge, generando uno stato depressivo. La parte morta non è la madre, come il sogno darebbe ad intendere. Al contrario la madre rappresenta la sua vitalità, la possibilità di contrastare la morte che lo tormenta. La madre gli ha dato la vita e nel sogno rappresenta la sua parte vitale. Ma allora perché nel sogno è affetta da un tumore incurabile che la porterà alla morte?
Nella nostra mente, come ad ogni livello biologico, è sempre presente una certa tensione tra vita e morte. La presenza della morte ad un certo livello mentale, è come una ferita presente in una parte del nostro corpo. La parte ferita, è la parte sofferente e questa genera una mobilitazione di tutti i livelli psicofisici per tentare di risolvere il problema, curarla ed eliminare lo stato di sofferenza.
La presenza mortifera che G. si porta dentro probabilmente incistata con la morte del padre, non è affrontabile nel momento del sogno, in quanto la spinta vitale rappresentata dalla madre è malata, minacciata essa stessa dalla morte e quindi non utilizzabile. E’ come utilizzare un medicinale scaduto che non avrà effetto.
Possiamo anche avvicinarci a questo sogno in una dimensione relazionale. Questo ci porta a pensare la madre del sogno, come la rappresentante del rapporto con la donna, con l’altro sesso. Se prendiamo questa strada è evidente che il rapporto con la donna è gravemente compromesso, nel senso che G. sente questo rapporto alla deriva, sente che la sua relazione d’amore come forza vitale per contrastare la morte, è finita.
E’ un altro modo di vedere il sogno, che apre ad una indagine sui rapporti personali con le donne di G, ma non mi pare il caso di andare oltre.
Questi due approcci al sogno, apparentemente distanti, sono in realtà sovrapponibili, in quanto entrambe sottolineano una minaccia per G, raccontano della difficoltà se non l’impossibilità a trovare una via di uscita alla sua depressione.
Fin tanto che una donna non ha figli può riuscire, in un modo o nell’altro, a svincolarsi agilmente dalla madre, riesce a sopportare anche un legame che si muove nella geometria della simbiosi. Le tensioni rimaste stagnanti nell’inconscio, che non hanno avuto una elaborazione, una evoluzione adeguata, se non sono particolarmente pressanti, rimangono in una specie di limbo. Tutto questo ha un costo, nel senso che il canale comunicativo inconscio viene come strozzato, ridotto nella sua portata, per impedire che attraverso questo passi un livello emotivo in grado di minacciare l’equilibrio acquisito. Con l’avvento della maternità questo non è più possibile, una donna ha inevitabilmente bisogno di accedere nei propri serbatoi più profondi e in questi incontra la propria madre e tutto quello ad essa collegato. Il legame fino a quel momento presente, ma non completamente attivo, si presenta in tutta la sua irruenza, diviene fonte di vita ma anche di morte, come abbiamo visto nel sogno in precedenza.
A causa del grosso cambiamento e alla profonda sollecitazione emotiva, entrano in contatto tre livelli fondamentali della propria struttura mentale.
Lo schema che propongo aiuta a capire la dinamica mentale che si attiva in questa fase. Nella parte sinistra, in blu, sono rappresentati i tre livelli mentali di una madre e a destra in rosso quella della figlia prossima alla maternità.

Questa dinamica crea un sistema circolare in cui entrano in gioco questi tre livelli fondamentali. Il primo riguarda la maternità della madre che la figlia avrà ereditato mentalmente, il secondo il rapporto con la propria madre come figlia, fatto di esperienze, ricordi ed emozioni e il terzo la nuova maternità con la propria figlia. Il primo e il secondo livello sono in generale meno percepibili ma  in alcuni casi molto complessi, in quanto proprio perché appartenenti ad un passato lontano, si muovono prevalentemente ad un livello inconscio utilizzando quindi un sistema di comunicazione pre-verbale, più difficile da comunicare e articolare. Ovviamente è una suddivisione schematica, in quanto questi tre livelli sono in continua interazione e non è così facile distinguere l’uno dall’altro e la cosa più rilevante è che una donna deve essere in grado, per vivere la propria maternità, di tenere in movimento questo circuito, alimentarlo e padroneggiarlo, evitando di rimanere incagliata "patologicamente" in una di queste tre dimensioni. Il sogno che segue è di una paziente in gravidanza che avendo perso la propria madre da ragazza, nel momento in cui si trova ad affrontare la gravidanza, sprofonda in una terribile depressione.

“Improvvisamente mi trovo in un lago di sangue, come se avessi un aborto”

Nonostante che la signora abbia cercato e voluto il bambino, nonostante che la gravidanza su un piano strettamente fisico proseguisse tranquillamente, una parte di lei non sopporta questa nuova condizione e la “soluzione” estrema è l’aborto, come viene chiaramente espresso nel sogno. La circolarità dei tre livelli è impossibilitata dal fatto che, avendo perso la mamma da molto giovane, rimane rigidamente legata alla maternità presente. Ogni volta che tenta, come è naturale e necessario, di attivare i livelli che la mettono in comunicazione con la maternità della madre e la maternità come figlia, incontra inevitabilmente la morte, cioè un vuoto incolmabile, con conseguente depressione e perdita di riferimenti interni. Un’altra donna in gravidanza, in procinto di partorire mi porta il seguente sogno.

“Mi trovavo in un posto sconosciuto, avevo timore d’inciampare su qualche radice degli alberi che si trovavano sul marciapiede. Insieme a me c’è una donna anziana che si muove con fatica. Forse è mia madre”

Questo sogno, invece, ci mostra un movimento difficoltoso di questi tre livelli. Ma la difficoltà è inevitabile, in quanto il contatto interno tra la nuova maternità, la maternità della madre e la maternità come figlia, comporta inevitabilmente momenti in cui si può inciampare, come recita il sogno.
Nel momento in cui una donna si avvicina alla maternità dovrà elaborare e far dialogare interiormente questi tre livelli. E’ un passaggio necessario, indispensabile, per poter vivere in modo personale la maternità senza appesantire il rapporto con il proprio bambino di conflitti irrisolti che appartengono al proprio passato. Tutto questo si muove su una dinamica molto complessa, in quanto la difficoltà maggiore sta nel trovare un proprio modo di essere madre come risultato del contatto e del rapporto di questi tre livelli. E’ un percorso interiore assai difficile in molti casi, in quanto nel momento in cui entrano in rapporto è cosa rara che vi sia un’armonia precostituita.
Tradotto in un linguaggio parlato, voglio mostrare come una madre, in vari modi più o meno espliciti, dice alla propria figlia divenuta mamma: “io ho fatto in questo modo e ho cresciuto dei figli splendidi. Tu ne sei un esempio”. Questo messaggio, che in un modo o nell’altro passa tra madri e figlie, è in realtà una trappola terribile. Se la nuova madre aderisce totalmente al modello di sua madre, valorizza la propria identità come figlia, ma annulla completamente la possibilità di vivere la propria maternità. Se forza il messaggio materno potrà, come in alcuni casi accade, trovare un’alleata nella nonna che “userà” contro la madre. Oppure costruirà un muro per differenziarsi rigidamente dalla propria madre, per cercare di proteggere la propria maternità. In entrambe questi casi, il messaggio viene tradito con un conseguente senso di rifiuto e di incapacità a gestire il rapporto.
E’ quindi un messaggio che pone una donna in una condizione molto complicata. Si può uscire da questa trappola, solo trovando un punto di mediazione interno in cui questi tre livelli possano convivere e la conseguenza sarà vivere la propria maternità presente pur mantenendo in vita il proprio passato.
Il movimento di questi tre livelli è fondamentale affinché non vi sia una prevalenza statica di uno di essi, che è la causa principale del sentirsi spettatrice della propria maternità o al contrario coinvolta in una missione impossibile, contro tutto e contro tutti.


NOTE
[1]
Come sappiamo il legame simbiotico è una particolare forma di rapporto in cui non vi è una distinzione dell’uno e dell’altro. Nei primi mesi di vita, garantisce la sopravvivenza in quanto il bambino non ha capacità autonome, sia fisiche sia mentali. Via via tende a dissolversi, sostituito da una forma di rapporto più evoluto, basato su una relazione interpersonale.

[2] Per il maschietto lo sviluppo della simbiosi seguirà un percorso diverso. La differenza di genere rispetto alla madre lo spingerà verso una identificazione con il papà. Questa spinta tenderà a sciogliere in modo più efficace la simbiosi nei confronti della madre.


dott. Giorgio Carnevale