La problematica dell'identità è
statauna questione su cui si
sono imbattuti e si imbattono filosofi, psicologi, sociologi ecc.
Trovo l'argomento molto
stimolante in quanto è il tentativo di comprendere un po' meglio chi siamo e
come si intreccia il nostro vissuto personale rispetto ad una dimensione
collettiva. Preciso che userò il temine collettivo per identificare una
dimensione interna, mentale, che rappresenta l'aspetto sociale, culturale in cui
ogni individuo nasce e cresce. Quindi la società, la cultura di riferimento, ma
anche la famiglia e le varie organizzazioni gruppali.
Vi sono molti punti di vista da cui è possibile affrontare questo discorso.
Qui intendo affrontarlo prevalentemente dal punto di vista dell'Analisi Mentale
e cioè
di come l'evoluzione di ogni persona riesca ad appropriarsi di una frazione
individuale riuscendo nella costruzione della propria identità. Inoltre trovo
interessante cercare di comprendere quanto aspetti collettivi inconsci riescano
a condizionare l'affermazione dell'individuo.
Io credo che dal momento in cui nasce un uomo, fino al momento in cui questo
diventa un individuo, accadono una infinità di cose che interagiscono con il processo
stesso, condizionando in vari modi la costruzione della propria identità. Nel
corso dell'evoluzione personale ogni individuo deve fare i conti con continui
tentativi di differenziazione rispetto ad una dimensione collettiva, con la quale
però deve inevitabilmente convivere. Questo è chiaramente visibile in un
bambino nei primi mesi di vita, dove da un rapporto simbiotico presente alla
nascita con la propria madre, via via si fa strada con vari e faticosi tentativi, una separazione
sia del bambino dalla madre ma anche della madre dal bambino.
Diciamo che una persona sola non esiste, ma anche
una persona completamente identificata con una dimensione collettiva non esiste,
in quanto esiste prevalentemente solo come porzione del collettivo stesso, non
ha una sua identità. Un
bambino non può crescere solo attraverso il rapporto simbiotico con la madre. E' qui tutta la tensione e se vogliamo la tragedia della vita. Ognuno di noi
cerca, nella propria esistenza, incessantemente un equilibrio che gli permetta
di raggiungere una propria individualità e contestualmente una certa armonia tra
questa e il collettivo stesso. Molto spesso vengono
apprezzate persone che hanno delle particolari capacità di
adattamento. Queste persone riescono ad adattarsi a tantissime situazioni spesso anche poco compatibili tra loro. Indubbiamente si può provare anche una
certa invidia per questa abilità. Indubbiamente sembrano
completamente al servizio degli altri, non creano mai problemi. Ma la domanda che
occorre porsi è: "chi è costui ?
Quali sono le cose che gli piacciono di più? Quali meno ?" ecc. Questo perché
una persona molto accomodante, sempre pronta verso il prossimo tenderà
inevitabilmente ad una adesione nei confronti del collettivo, è probabile
che questa persona non abbia
una sua individualità o perlomeno sia molto frammentata poco definita e quindi
poco decifrabile. O, detto in
altro modo, sia invaso dal collettivo, impantanato in una dimensione che non
permette una sua articolazione. Le
cause di questa non identità possono essere molte, non voglio soffermarmi su
questo. Sul versante opposto troviamo persone
che danno l'idea di essere molto autonome, passano la loro vita a cercare mille scorciatoie per evitare il prossimo, cercano di scavalcare le
regole sociali si avvicinano con molta diffidenza a situazioni collettive, sembrano dotate di molta autonomia, grande stima di se e di conseguenza
sembrano avere una identità molto definita. Ma in questi casi la domanda che
viene è: "Da cosa scappa questa persona ? Cosa lo spaventa ? Perché
ha paura degli altri ? Perché deve sempre cercare scorciatoie di tutti i tipi ?"
Ho portato questi semplici ma esaustivi esempi a scopo esplicativo, per cercare di spiegare
come io vedo ed affronto il problema dell'identità e della sua articolazione.
Esiste dunque una tensione tra queste due polarità ed ognuno cerca, con
enorme fatica nell'arco di tutta la propria esistenza, di ritagliarsi uno spazio,
differenziandosi dal collettivo, ma nello stesso tempo mantenendo un rapporto
con esso. (Sottolineo che questo discorso che può apparire limitato alla sfera
comportamentale, in realtà riflette una realtà interiore prevalentemente
inconscia). Non sempre però ci si riesce. Gli ostacoli da superare sono molti e insidiosi e
le sorti di questo dipendono dalla storia di ognuno, dai primi legami affettivi.
In
due parole dalla propria infanzia e giovinezza. Ci sono persone che non "possono
permettersi" di diventare individui. La mia esperienza clinica mi ha
portato a confrontarmi con molte situazioni in cui la questione centrale erano i
legami, apparentemente sani, nei confronti della propria famiglia, ma in realtà
sostenuti da un "accordo" di dipendenza per il mantenimento delle credenze
che sostengono l'istituzione famigliare stessa. In questo senso la
persona coinvolta, identificata con l'istituzione famigliare e con il sistema di
credenze famigliari "non può", non riesce a differenziarsi dalla
famiglia stessa in due parole il suo pensiero, la sua individualità, la sua
iniziativa non trova spazio. Qui devo
necessariamente aprire una parentesi per tentare di spiegare cosa intendo per
credenza e cosa intendo per pensiero (in parte questo discorso è riconducibile
alla teoria del sociologo Ortega y Gasset j.). La distinzione è cruciale per cercare di
comprendere il ragionamento. Con credenze intendo un complesso di fenomeni
collettivi che l'uomo interiorizza nel corso della propria esistenza, e che
hanno una importante funzione di sostegno anche individuale. Le credenze, però, non hanno una
caratteristica individuale, non sono create dalla persona stessa e sono atemporali. Al contrario il pensiero si configura come processo individuale,
legato al tempo, mostra sempre una certa creatività. Come dicevo
prima il sistema di credenze ha una importante funzione di sostegno di cui
l'individuo si serve. Esiste però una spinta anche biologica
all'individualità, alla differenziazione, cioè alla ricerca di uno spazio individuale che
necessariamente deve sottrarre energie, in termini di coinvolgimento, al
collettivo. Però la ricerca e il raggiungimento di una propria individualità
è fortemente condizionato dalle capacità che ognuno ha nel far questo. Tali
capacità vengono costruite o meno, durante l'infanzia e l'adolescenza e
dipendono principalmente dal grado di individualità dei propri genitori.
Quello che spesso mi è capitato di osservare è che coppie di genitori
identificavano il loro rapporto di coppia con i figli trascurando il loro
rapporto di coppia in quanto tale. Questo fenomeno molto diffuso, oltre a creare
inevitabili problemi di coppia che emergono nel tempo, creano, senza volerlo,
una difficoltà nei figli in termini di individuazione. I figli diventano il
collante del rapporto di coppia, con tutto quello che ne consegue. Per una parte è vero
che due persone stanno insieme, si sono sposate, per avere ed allevare figli
(questo è certamente un aspetto collettivo, conservazione e riproduzione della
specie).
Ma è anche vero che l'unione tra due persone è spinta da bisogni individuali, di affetto
reciproco, e quindi da qualcosa che va coltivato indipendentemente dalla
famiglia. Deve esserci una separazione tra rapporto di coppia e famiglia.
Quando le due cose si mescolano in un cosa sola, in un contenitore unico, come
minimo, ostacolano la crescita e l'individuazione dei
figli. Sottolineo "come minimo", in quanto rapporti in cui vi è una
prevalenza e quindi una forte dipendenza dal collettivo sono sempre
emotivamente poco coinvolgenti, e di conseguenza poco gratificanti.
In sintesi credo, come tanti, che l'infanzia e la giovinezza siano le
situazioni in cui è in gioco la sorte dell'individuo. Trovarsi alle porte
dell'età adulta con una forte spinta collettiva interna e conseguente scarsa
individualità, porta con se angosce profonde di annichilimento, di morte, di non
esistenza. Io credo che questo sia una questione in un certo senso epocale, in
quanto sia le religioni sia le ideologie hanno una funzione e un ruolo meno
rilevante rispetto al passato. Credo anche, però, osservando il problema da un punto di vista
più sociologico, vi sia una tendenza socio-culturale ad uniformare il più
possibile tutto e tutti. In questo senso credo che i vari movimenti anti
globalizzazione abbiano la funzione di segnalare un disagio nei confronti di
questi tentativi. Qui ovviamente il discorso si allarga a macchia d'olio, e non
voglio entrare in questioni socio economiche ecc. Voglio solo rilevare che
esiste un disagio profondo e non sempre espresso ed esprimibile nei confronti
dei processi di unificazione e conseguente standardizzazione che hanno come
effetto collaterale quello di sottrarre una certa quota di individualità, o
detto in altri modi, ostacolando il processo di individuazione.
Ho lavorato molti anni nelle scuole superiori e quello che è emerso negli
ultimi 10, 15 anni, è un atteggiamento di rinuncia da parte degli alunni.
Quello di cui gli insegnanti si lamentano è l'apatia, la poca volontà
ecc.
Le cose sono un po' più complesse. In primo luogo a me sembra un fenomeno,
quello dell'apatia, non solo manifestato dagli studenti, quindi dai giovani, ma
anche dagli insegnanti, come se fosse un problema di tutti. E così è. Credo
però che i giovani adolescenti avvertano una difficoltà enorme nel conquistare
una propria individualità e quindi un ruolo all'interno della società.
Certamente dietro a questo c'è tutto un discorso molto ampio sui modelli educativi
in cui questi ragazzi sono cresciuti e crescono. Però quello che mi preme dire,
in sintonia con il precedente discorso, è che le difficoltà oggi sono
principalmente legate ad un ostacolo nei confronti del pensiero ed una spinta
verso le credenze collettive come risolutive di tutto e per tutti.
Anche se può sembrare il contrario, viviamo in un mondo in cui le credenze sono molto più forti di prima e sono somministrate in modo
martellante e spesso condite come se fossero innocue. In tempi passati
esistevano le ideologie così dette forti, in contrapposizione tra loro, oggi
tutto ciò non c'è ma è stato sostituito da qualcosa forse di più
insidioso. Insidioso perché meno visibile più integrato nel tutto. Alcuni
esempi sono il mito del denaro, del lavoro come unico elemento in grado di
collocare la persona all'interno del sociale. (una persona che si ammazza di
lavoro è sempre ben vista indipendentemente da quale lavoro fa).
In altra parte tratto
della problematica della somministrazione e assunzione leggera di psicofarmaci.
Anche questi vengono proposti e vengono assunti come risolutori di problemi. A
parte i casi in cui questi sono assolutamente necessari, oggi gli psicofarmaci
vengono somministrati da medici generici anche in situazioni in cui non ci sono
presupposti psicopatologici specifici. Dico questo perché il farmaco è
una risposta collettiva al disagio, non crea spazio al pensiero ma al
contrario tende ad annullarlo.
Concludo sottolineando che questo è un argomento molto vasto e complesso. Credo
che questo scritto possa servire come momento di riflessione e come punto
di partenza per letture in merito. Per questo sotto trova una breve
bibliografia.