Non si incontrarono.
Per qualche strano o forse semplicemente per caso, non si incontrarono.
Altre volte Giacomo e Sonia, si ritrovavano insieme senza saper bene
cosa li avesse avvicinati l’uno verso l’altro, cosa li avesse attratti.
Così potevano incontrarsi su una nuvola, sulla spiaggia o altrove, ma
questo avveniva sempre senza un accordo, un motivo predeterminato.
Quel giorno non si incontrarono. Le loro storie per un tempo sconosciuto
presero strade diverse. Una parte dei loro pensieri, magari piccola e
indecifrabile, rimane legata all’altro, come se tra loro esistesse un
filo sottile, quasi invisibile che li mantiene sempre e comunque legati.
Giacomo iniziò a camminare e pensare. Cose che ha sempre fatto con
piacere, ma con profondi turbamenti. Camminò per vicoli e vicoletti
della città. La passeggiata era piacevole, perché tra un pensiero e
l’altro si inserivano gli odori provenienti dalle case, i profumi delle
cucine più diverse, i rumori di piatti e posate. Urla di mamme che
chiamavano bambini immersi nei loro giochi e divertimenti. Tutto
sembrava vivo e bello, pensava Giacomo, lui invece si sentiva un po’
traballante, distante da quegli odori e da quegli stati d’animo. Se
all’inizio era affascinato da quella situazione ora si sentiva turbato.
Era nervoso e irascibile per motivi sconosciuti. Forse una di quelle
giornate confuse in cui l’umore sembra aver preso una sua forma senza
che la persona vi abbia partecipato. Uno stato d’animo manovrato da
forze esterne.
Aveva voglia di partire, di viaggiare. Improvvisamente il suo bisogno
principale era quello di scappare. Dopo un po’, dopo vari rimuginazioni,
senza esitare, si diresse alla stazione. Una volta arrivato, guardò una
cartina ferroviaria per scegliere una destinazione. Rimase sorpreso, non
aveva mai notato che le cartine ferroviarie trasformano il mondo in
linee che si intrecciano tra loro in modo strano. E’ come se tutto
venisse stravolto e semplificato per spiegare un percorso. Vista
l’irritabilità e la rabbia che lo accompagna, ebbe da ridire su questo.
Dialogando a bassa voce con se stesso, pensò.
Possibile che viaggi e spostamenti così lunghi vengano descritti con
delle linee? Una linea identifica al massimo una distanza. Quindi io da
questa linea potrei sapere se Roma e Napoli sono più vicine di Palermo e
Milano. Questo però non è interessante! Sarebbe molto più interessante,
sapere come è il paesaggio, se ci sono molte gallerie, se il percorso
facilita o meno piacevoli incontri. Sarebbe interessante conoscere i
piatti tipici delle zone in cui si transita. Magari avendo la
possibilità di un piccolo assaggio. Ecco! … invece di vendere i soliti
tramezzini uguali in tutto il mondo, nelle stazioni dovrebbero vendere
piccoli assaggi di prodotti locali. Come sarebbe più bello e stimolante
un viaggio così. Transitare in una stazione marittima, significherà un
assaggio di un pescato locale, se di montagna un formaggio particolare,
in un luogo di vigne un bel bicchiere di vino. I viaggi sarebbero
poesia, sensazioni vere dei luoghi calpestati. Non delle linee dove
l’unica cosa che si può assaporare della sosta è la voce del Capo
stazione.
Terminato lo sfogo, peraltro tutto interiore, dovendo scegliere una
destinazione scelse quella che gli appariva più ingarbugliata. Sembrava
che da quel punto partissero e arrivassero infinite rotte provenienti
dai posti più svariati. Fece la fila alla biglietteria e arrivato il suo
turno, tanto per non tradire il suo risentimento, si lamentò con il
bigliettaio.
Si rende conto che io sto pagando un biglietto per un viaggio e non ho
nessuna informazione sul percorso che farà il treno? A mala pena so la
distanza e approssimativamente il tempo necessario di percorrenza. Mi
piacerebbe sapere qualcosa sulla storia e sulle tradizioni delle città e
dei luoghi in cui il treno farà fermata.
Grosso modo ripropose al bigliettaio il suo pensiero precedente.
Il bigliettaio è uomo esperto, navigato come si dice. Da quella sedia ha
visto migliaia di persone che spesso gli hanno rivolto lamentele di ogni
tipo. Ne ha viste di tutti i colori. E’ dunque un conoscitore di gente
strana che ogni giorno si presenta lamentandosi di quello o quell’altro.
Però non si era mai imbattuto con un viaggiatore che portasse lamentele
di quel genere. Rimase sorpreso. Mentre in modo automatico e ripetitivo
svolgeva le operazioni per emettere il biglietto lo guardò negli occhi.
Portava sul suo volto un leggero sorriso di simpatia e complicità verso
Giacomo, ma nello stesso tempo lo guardava e valutando i possibili
rischi di una eventuale sua replica. Pensava che se avesse dato corda al
viaggiatore, sarebbe stato sopraffatto da una serie di ragionamenti
incomprensibili, consegnandolo in discussioni interminabili e inutili.
Gli diede il biglietto senza battere ciglio, invitando il viaggiatore
successivo a farsi avanti. Aveva valutato che replicare a quel tipo
avrebbe aperto un discorso che difficilmente si sarebbe fermato in tempi
ragionevoli. Così fece finta di niente.
Giacomo prese il suo biglietto e guardandolo con interesse si avvicinò
ai binari. Notò che sul biglietto c’erano scritte un sacco di cose che
lui non capiva. Ritrovò nel biglietto le linee insignificanti viste nel
tabellone precedentemente. Si arrabbiò ancora di più, stava quasi
strappando il biglietto come se non volesse avere niente a che fare con
quelle linee. Fortunatamente in mezzo a tanta rabbia e confusione un
lume di ragione gli afferrò la mano avvertendolo che se avesse distrutto
il biglietto non sarebbe potuto partire.
Montò sul treno, trovò una carrozza vuota dove potersi accomodare senza
condividere niente con nessuno. Era quello che voleva. Il treno partì
con una progressione sicura, mostrando potenza e decisione. Quando
raggiunse la sua velocità ideale, la sensazione che tutto rimanga
sospeso come se si stesse viaggiando su una enorme bolla, portò un po’
di quiete. Giacomo si sentiva più tranquillo. Rabbie, tensioni e paure
lentamente svanirono, lasciando spazio a pensieri più rilassati ma non
per questo semplici.
Sapeva che una parte di lui, quella che con un piede lo tiene in
contatto con il mondo, vorrà avere spiegazioni sulla scelta della
destinazione. La scelta è stata frettolosa e determinata più dalla
rabbia che da altro. Iniziò a darsi delle spiegazioni ma si irrigidì
rapidamente. In fondo la domanda non era interessante, così come
l’eventuale risposta non lo sarebbe stata.
Dal finestrino osservava luci sparse di piccoli centri abitati. Altre
luci di automobili, percorrevano strane e confuse traiettorie come se
ognuna non sapesse dove andare. Da quella visuale gli spostamenti
sembravano confusi e incomprensibili, come le formiche quando perdono la
processione che le tiene ordinate.
Si addormentò con la testa che ciondolava da una parte all’altra
seguendo gli scuotimenti del treno.
Poco dopo fece un sogno terribile, di quelli che non si dimenticano per
tutta la vita.
Mi trovavo in un bar lungo un fiume e stavo sorseggiando un buon rosso.
Davanti a me compare una donna bellissima che dopo avermi salutato si
siede al mio tavolo come se avessimo un appuntamento. Una donna mora,
con dei seni prorompenti, labbra grandi e occhi chiari pieni di luce.
Gli chiesi cosa potevo ordinare per lei e lei mi disse: -il solito-. Io
non avevo mai visto quella donna prima di allora e quindi non sapevo
cosa volesse dire -il solito-. Facendo finta di sapere, chiamai il
cameriere e dissi con decisione: -il solito per la signora-. La frase mi
venne naturale, come se l’avessi detta altre volte. Il cameriere si
presentò con una bibita, probabilmente un aperitivo analcolico, di
colore arancione. La donna prende il bicchiere per sorseggiare, ma gli
scivola dalla mano e cade in mille pezzi, ai suoi piedi. Io la soccorro
preoccupato che si possa essere ferita con un vetro. Mentre chinato
capisco che non è successo nulla di grave e inizio a raccogliere i pezzi
di vetro, lei raccoglie il più grande e con un gesto sicuro mi colpisce
il volto, provocandomi un profondo taglio. La donna si alza e va via.
Il risveglio fu improvviso e angosciante. Giacomo si svegliò in un bagno
di sudore in preda ad un’enorme angoscia. In quel tempo infinito
necessario per accorgersi che si trattava solo di un sogno, aveva ancora
impresso sul volto il dolore e la sensazione del taglio. Inconsapevole
della realtà si passò la mano sul volto per conoscere l’entità del
taglio e avere contatto con il sangue che scendeva sul suo volto.
Lentamente, guardandosi intorno si accorge che era stato solo un sogno.
Nonostante ciò l’angoscia che aveva preso il sopravvento nel sogno, al
risveglio rimane dentro di lui come un tormento da cui non riesce a
liberarsi.
Nonostante abbia ripreso il governo della sua mente, è ancora posseduto
da un’angoscia che non riesce a gestire ma al contrario sembra essere
lei a gestire lui.
Il treno si ferma in una stazione di un posto sconosciuto e lui, in
preda a questa angoscia, scende rapidamente dal treno. Forse l’impulso è
stato determinato dal tentativo di prendere distanza dalle sue paure, da
quel terribile sogno. Inizia a passeggiare nel paesino sconosciuto e
lentamente si riprende un po’ di tranquillità.
Percorre un viale alla ricerca di un bar aperto dove potersi rifocillare
e riposarsi per poi decidere il da farsi. Trova un posto simile ad una
locanda, dove potrà mangiare e riposare. Entra nella locanda che appare
decente, uno di quei posti che si trovano in provincia, pieni di fumo,
di noia e con un acre odore di alcool misto a sudore. Posti vagamente
tristi ma che permettono a chi è smarrito, un certo senso di protezione.
Varcata la soglia della locanda, avverte subito tanti occhi puntati su
di lui. Ogni sguardo ha un interrogativo. Vuole capire chi è
l’avventuriero e più che altro cosa è venuto a fare. In questi posti
sembra che le persone si riconoscano dall’odore, come gli animali.
Quando nel loro territorio entra un odore differente, immediatamente
questo viene percepito e tutti, ad esclusioni di nessuno, assumono un
atteggiamento di diffidenza mista a curiosità.
Si guarda intorno per cercare un tavolo vuoto e considerata
l’accoglienza, anche un po’ appartato. Tutti questi sguardi puntati
fanno si che abbia bisogno di un minimo di riservatezza. Trova posto in
un piccolo tavolino nella penombra del locale da dove voltandosi da una
parte scorge il bancone e dall’altra la porta del locale. Guardando a
sinistra, cioè dalla parte del banco, scorge una donna mora impegnata
nella preparazione delle portate. Dopo pochi minuti si presenta da lui
con un foglietto e una penna, pronta a prendere la sua ordinazione. La
donna lo osserva lungo ogni centimetro del corpo, come se la venuta di
un forestiero animasse strati e strati di curiosità sepolte dalla noia
quotidiana, da incontri sempre uguali con le stesse persone e queste
esattamente uguali nel tempo così come lei li ha conosciute da quando
era bambina. Chi urlava sbattendo le carte sul tavolo quando lei era
bambina, oggi lo fa nello stesso identico modo. Chi le faceva piccoli
complimenti accompagnati da qualche parola di troppo, lo fa anche ora,
nello stesso identico modo. Quei gesti e quelle frasi si sono
automatizzate e anche volendo non potrebbero mai essere modificati o
sostituiti da altri. Tutti hanno sottoscritto una specie di accordo in
cui si è dichiarato che il tempo non deve passare. Ognuno è quello che
è, e tale deve rimanere.
La donna, di fronte a tale monotonia, a tale ripetitività rimane subito
colpita e forse interessata al forestiero, che nonostante un’aria un po’
trasandata, appare un uomo interessante e anche piacevole. Per lui è
diverso. Fino a poco prima nella sua testa vorticava un sogno terribile,
in cui una donna lo feriva gravemente. Così la guarda con la coda
dell’occhio, cercando in questo modo di tenerla a distanza debita ma
nello stesso tempo mantenendo un certo contatto.
Lei è una donna chiacchierata nel paese perché sempre pronta ad
incontrare un forestiero. Si rivolge a lui con un’aria spregiudicata,
cercando di portare davanti a tutto i suoi seni ingombranti, vistosi e
attraenti.
Posso fare qualcosa per te? Abbiamo sia piatti caldi sia un buon vino.
Mio nonno lo fa da cinquant’anni con l’uva della nostra vigna. Cancella
brutti pensieri, scioglie paure e accende la passione.
Accompagnato da un sorriso caldo e seducente, aspetta senza fretta la
sua risposta.
Tutti nel locale continuano a fare le stesse cose di prima ma con
maggior nervosismo, come se quel forestiero rappresentasse una minaccia
al loro equilibrio, una specie di umiliazione collettiva.
Chi non si sentirebbe imbarazzato in una situazione del genere? Lui
ancora di più. Con voce incerta e intimorita chiede alla donna una
minestra calda e un bicchiere di vino buono.
La donna contenta per la richiesta chiede il suo nome.
Bene. Ottima scelta! Come ti chiami?
Mi chiamo Giacomo.
Lei avrebbe preferito che la sua domanda venisse contraccambiata ma non
da importanza alla cosa e prosegue.
Benvenuto Giacomo, io mi chiamo Diana. Vado a prepararti quello che hai
chiesto.
A dopo.
La presenza di quella donna al suo tavolo, se da una parte ha creato
imbarazzo verso i presenti, ha acceso dentro di lui un lume, che oltre a
dare luce, porta un po’ di calore dentro un animo così tormentato.
Dopo qualche minuto Diana gli porta una minestra fumante, una brocca con
del vino e del pane fatto in casa che libera un profumo irresistibile.
Ti ho portato anche questo pane appena uscito dal forno. Lo fa la nonna,
ti piacerà. Buon appetito, spero che tutto sia di tuo gradimento. Ti
lascio mangiare, tra un po’ ripasso.
Guardando l’accuratezza con cui Diana ha apparecchiato, posato la
pietanza e l’abbondanza del vino, nonché il profumo dei suoi capelli
sventolati con arte, si rende conto quanto quella donna cerchi di
forzare la sottile e invisibile barriera che la separa da lui, tentando
di avvicinarsi alla persona più che al semplice cliente. La cosa gli
piace, ma nello stesso tempo è intimorito, forse spaventato. Come si
capisce dal sogno, per lui le donne oltre ad essere una fonte
inesauribile di vita sono anche una minaccia bella e buona.
Assapora con piacere la minestra calda, ed insieme alla compagnia del
vino, sente la presenza di Diana. Mangia avidamente quel pane caldo come
fosse nettare raro.
Dopo un po’ Diana si dirige verso di lui muovendo i fianchi in modo
vistoso. L’ora tarda ha svuotato il locale. Barcollando a destra e a
sinistra, escono persone tristi, piene di poche cose e queste annegate
nell’alcool.
Diana si siede al suo fianco. Ora lui è più rilassato, con la pancia
piena e con la pozione magica del nonno la guarda e gli pare bellissima,
sensuale e la cosa più invitante, disponibile.
Piaciuta la cena? Abbiamo anche da dormire, se ti interessa. Sopra c’è
una camera libera con le finestre che danno dalla parte del bosco di
castagni. Posso fartela preparare, se vuoi.
Ti ringrazio molto. ho bisogno di riposare
e non conosco un posto dove dormire. Ho avuto un viaggio faticoso e
tormentato , sono stanco, domani dovrò ripartire.
Diana sente dietro le parole di Giacomo, una certa insofferenza
mescolata a tristezza.
Dove sei diretto?
Vengo da Roma. Ero sul treno che mi
portava a Bologna. Durante la corsa non mi sono sentito bene, per questo
sono sceso qui.
A questo punto i miei programmi cambiano, domani prenderò il treno per
Roma, torno a casa.
Forse hai bisogno di riposarti un paio di giorni. Non avere fretta. Qui da forestieri si sta bene.” Vado a farti preparare la stanza.
Da quella frase si sente l’insoddisfazione
di Diana. Da una parte è affascinata dal forestiero, ma la freddezza di
lui e l’apparente determinazione la spiazza.
Mentre sorseggia il vino, sente dentro scatenarsi una lotta furiosa. E’
attratto da quella donna, sente tutta la sua seduzione, la sua voglia di
conoscerlo, di conquistarlo in modo naturale, genuino. Come per reazione
a questi pensieri, vive dentro un senso di terrore, qualcosa di feroce
che ostacola ogni fantasia erotica che si affaccia nei suoi pensieri.
Interrompe i suoi complicati pensieri una vecchietta, che con aria
gentile poggia le chiavi della stanza sul tavolo. Con un sorriso come
solo certi vecchi riescono a costruire sul loro volto, si rivolge a lui.
Bene arrivato signore.
Queste sono le chiavi della sua camera.
Tra dieci minuti potrete andare.
Il tempo di accendere le stufe.
Dopo aver ringraziato la vecchietta, si chiede dove sia finita Diana,
improvvisamente scomparsa.
Il locale ora è vuoto. Consuma lentamente una sigaretta senza
preoccuparsi del mistero, preso da piccoli pensieri che fanno passare
quei dieci minuti.
Entrando in camera rimane sorpreso dalla semplicità della stanza ma
anche da quanto questo la renda accogliente. Mentre si adagia
gradevolmente in un bagno caldo, rilassato e cullato da una sensazione
di benessere e pace, pensa a Sonia, ai momenti passati con lei a quella
sintonia che in certi momenti ha vissuto come con nessuna altra persona.
Pensa a dove sarà in quel momento, se starà bene, se sentirà la sua
mancanza. Certamente ci rincontreremo, pensa. Un filo sottile e
invisibile ci unisce e ci riporta spesso a guardare la vita nella stessa
direzione.
Uscito dalla doccia mentre si riveste, scorge su un piccolo tavolo un
biglietto in cui è stato appuntato qualcosa. Si avvicina e riconosce
immediatamente la calligrafia di una donna.
Caro Giacomo, sarei contenta e desiderosa, di passare un po’ di tempo
con te.
Se non sei troppo stanco bussa alla porta che trovi di fronte.
Io sono li. Ciao, Diana.
Un brivido emozionante percorre il corpo di Giacomo. Tante volte ha
pensato ad una avventura così, di quelle che nascono dal nulla, senza
pretese, senza passato e senza futuro. Vissute solo nel presente,
recintata nel tempo, da tutto, con una donna piena di passione, capace
di offrire amore. Senza imbrogli, senza ricatti e senza promesse per il
domani che sarà.
Il luogo comune fa pensare che un incontro come questo equivalga ad una
notte di sesso con una prostituta raccolta da qualche parte, rifletté
Giacomo. Diana non è così. Lei può vivere solo una parte marginale della
vita. Vivendo in un posto molto isolato che offre poco o niente,
attraverso un incontro con un forestiero, preleva il mondo che non può
vedere, dando in cambio amore e passione.
Nonostante Giacomo non abbia pregiudizi in merito, sente che dentro di
lui esiste un peso che ha l’effetto di bloccarlo. Non si sente libero,
non è libero. Qualcosa di più forte di un pregiudizio o di una morale.
Non sa dare un nome a questa cosa ma sa che nonostante i suoi istinti
stiano fremendo per quei seni, per quella bocca, per quegli
ondeggiamenti irresistibili, non riuscirà a vivere tutto questo. Come se
qualc’uno avesse iniettato nel suo corpo una sostanza soporifera capace
di placare tutta l’energia. Si addormenta con impresso nel viso, la
collera di un uomo che vive in una tormenta.
Al risveglio ha bisogno di qualche minuto per capire in quale situazione
si trova. Lentamente nella sua mente appaiono i ricordi del giorno
precedente, di Diana, del sogno, del viaggio. Poi con molta
determinazione si prepara per ripartire. Prepara le quattro cose che ha
con se e scende. Nella sala dove la sera prima ha cenata e incontrato
Diana, ci sono le stesse persone. Parlano delle stesse cose, hanno gli
stessi sguardi e le stesse posizioni. Li osserva come fossero un quadro,
come se fossero animali imbalsamati, sempre uguali nel tempo. Il suo
sguardo viene presto catturato verso il bancone dove c’è Diana. Con un
po’ di imbarazzo si avvicina. Diana è bellissima, ha un viso disteso
ancora più accogliente del giorno prima. Giacomo la saluta con un
sorriso, lei ricambia con un gesto affettuoso. Con una certa timidezza e
imbarazzo, Giacomo scrive su un pezzo di carta il suo numero di telefono
e il suo indirizzo.
Sono in partenza. Se ti capiterà di venire a Roma, chiamami a questo
numero. Sarei felice di rincontrarti.
Diana lo guarda con dolcezza ma anche con leggero disappunto, come se il
gesto di darle il suo telefono fosse solo per riparare il rifiuto della
sera precedente. Giacomo non sa, o fa finta di non sapere, che non potrà
mai succedere che Diana andrà a Roma e se mai succedesse non lo
chiamerà. Nonostante la sua vitalità, Diana è cucita in quel piccolo
posto che anche se così stretto e scomodo è la sua vita.
Giacomo riprende il treno con pensieri meno angoscianti ma rigidi e
freddi. Ha bisogno di creare nella sua mente una tregua. Nel suo mondo
così complicato e pieno di insidie, l’unico modo è quello di orientare i
suoi pensieri ed evitare che questi siano liberi. Così se il viaggio di
andata è risultato lungo, tormentato e pieno di insidie, quello di
ritorno appare breve e ordinato.
Scende dal treno e si incammina verso casa, preferendo le sue gambe a
qualsiasi altra forma di spostamento.
Ripercorre i vicoli dove solo un giorno prima, aveva sentito quegli
odori e quei rumori di vita domestica. Sente le urla dei bambini che
giocano e schiamazzano ma con stupore nota che non ne è infastidito. Il
suo senso di solitudine ed isolamento sembra essersi attenuato. Le cose
entrano ed escono da lui come se non fossero così ingombranti. Con un
certo stupore sente che la sua profonda solitudine e tristezza è ora
meno dolorosa.
Qualcosa lo ha cambiato, non sappiamo se in modo stabile e definitivo ma
comunque lasciando dentro di lui una piacevole sensazione.