L'URLO DELLA MORTE
“… ho preso un’abitudine che ancora oggi mi
intenerisce: seguivo tutte le processioni e in particolare quelle funebri,
che rispetto alle altre avevano il vantaggio di durare più a lungo. In
questo modo ho assistito ad una gran quantità di funerali e ho finito con il
familiarizzarmi con il loro lento cerimoniale."
"Un giorno, di ritorno dal cimitero, ho detto a mio nonno dov’ero andata.
Ha sorriso. Questo mi ha dato il coraggio di porgli alcune domande su
alcune cose che avevo notato e che mi avevano preoccupato perché non ne
capivo il significato. Gli ho chiesto di spiegarmi perché le persone, che
accettano di pazientare a lungo e qualche volta anche molto a lungo, se ne
vanno improvvisamente non appena vedono mettersi al lavoro i becchini. Va
detto che io li avevo visti molte volte strapparsi brutalmente alla loro
immobilità e mi ero sempre chiesta perché correvano in quel modo, in tutte
le direzioni, per poi disperdersi e scomparire come uno stormo di uccelli
spaventati. "
Non ho mai dimenticato la sua risposta.
Ci ho anche ripensato spesso. Vedi è quel genere di risposta che tutti i bambini
sognano di ricevere quando fanno una domanda. Una risposta aperta, spalancata.
Una risposta che non smette mai di rispecchiare il proprio contenuto in un’eco
inesauribile. ….
“Bambina mia, mi ha detto il nonno,
quando il morto dal fondo della sua tomba si rende improvvisamente conto della
sua condizione, come puoi ben immaginare resta turbato e invoca immediatamente
sua madre. Non è sempre stato così tra di loro ? Non si è sempre rivolto a lei
per tutte le sue preoccupazioni ? Non ha sempre ricevuto da lei tutte le
risposte alle sue domande alle sue angosce ? E’ dunque naturalmente lei che
chiama per prima. Fa quello che ha sempre fatto e ha sempre funzionato: pensa a
lei con forza, con molta forza, sapendo che lei è sempre capace di indovinare i
suoi pensieri senza che lui abbia bisogno di dire neppure una parola. Il morto
quindi si concentra e pesa più forte di quanto abbia mai fatto prima, ma la
madre, morta o viva che sia, è ovviamente sommersa dal dolore, sta ascoltando
soltanto il suo immenso dolore e non lo sente. Non può sentirlo. Non lo sente
più. Allora lui si rivolge al padre, morto o vivo che sia anche lui, per
implorarlo: con lui usa quel bisbiglio pieno di rispetto e vagamente intimorito
che usava abitualmente. Neppure suo padre lo sente: il groppo in gola e le
lacrime che tenta di reprimere gli impediscono di avvertire qualunque suono o
pensiero che voli verso di lui.
Mosso da un terrore crescente, assalito da un’immensa disperazione quale fino a
quel momento non ne aveva mai conosciute, il morto alza un poco la voce: si
rivolge ai suoi fratelli e alle sue sorelle, agli amici che il dolore schiaccia
e spinge a ripiegarsi su se stessi. Nessuno di loro lo sente. Moltiplica i suoi
richiami senza alcun successo. Usa tutte le parole e tutti i suoni che conosce
nella speranza che ne venga udito almeno uno. Il suo terrore raggiunge l’apice.
Temendo di essersi sbagliato, ricomincia febbrilmente e ripete tutto il
percorso: sua madre, suo padre, i parenti, le persone care, gli amici. Li passa
tutti in rassegna. E, siccome la cerimonia procede e lui non ottiene nessun
risultato, quando la prima palata di terra risuona sul coperchio della bara,
concentra tutte le sue ultime energie in un ultimo richiamo. Un grido. Un unico
grido, senza destinatario. Un grido fatto soltanto per commuovere chiunque, tra
la folla ammassata che lo circonda, possa sentirlo. Un grido che dicono sia
straziante, agghiacciante, paralizzante, orribile.
Ebbene, bambina mia, bisogna che non ci sia nessuno, capisci,
nessuno ad udirlo, bisogna che nessuno possa ascoltarlo. Perché nessuno può o
deve portare testimonianza di quell’uomo che se ne va solo e che solo com’è
entrato nella vita, solo com’è sempre stato, deve andarsene. Semplice veicolo
della vita che l’ha scelto, che lo ha abitato e che lo lascia, lui non deve
potersi riagganciare a un altro portatore di vita.
Ecco perché le persone che vanno via dal
funerale si allontanano con quell’aria concentrata e frettolosa che hai visto.
Possiamo ascoltare il grido dell’ingresso
nella vita: è quel suono aperto, quella linea su cui si iscriveranno le azioni e
le parole, ma non possiamo udire il grido della fine, perché non possiamo
comunicare con la fine, altrimenti vi sprofonderemmo anche noi.”
Tratto dal libro di Aldo Naouri “Le figlie e le loro
madri”