Prendo spunto dal film, che ovviamente invito a vedere, per affrontare l’argomento relativo alla dinamica psicologica dei segreti e delle bugie che nella vita, chi più o chi meno, raccontiamo agli altri e a noi stessi.
Spesso all’interno di legami importanti, famigliari e amicali principalmente, sono frequenti discussioni sulla sincerità e sulla fedeltà. Si discute animatamente per affermare che è giusto dire tutto e non bisogna avere segreti. Probabilmente chiunque è pronto ad affermare questo, ma tutti, chi più e chi meno, mentiamo e abbiamo qualche piccolo o grande segreto. Il fatto che una persona abbia dei segreti, nasconda qualcosa che non può o non vuole raccontare, infastidisce molto. Crea un certo risentimento, e nel caso che sia il partner genera spesso anche forti conflitti, legati principalmente al rifiuto e all’abbandono.
Occorre fare preventivamente una distinzione, tra un segreto e una bugia. Il segreto non implica necessariamente una menzogna, può essere semplicemente la necessità di mantenere nascosto dentro di se qualcosa che si pensa non condivisibile con l’altro o con gli altri. Ovviamente esistono molte varianti a questo, per esempio mantenere un segreto in alcuni casi può essere un modo per proteggere gli altri o l’altro.
In altri casi, forse nella maggior parte dei casi, si mantiene un segreto per non mostrare una parte di noi stessi che riteniamo impresentabile o semplicemente perché non vogliamo essere giudicati dagli altri.
La bugia invece può essere detta per mantenere un segreto così come può essere utilizzata per modificare la propria realtà interiore. Si può convincere una persona della propria bontà inventandosi di aver partecipato ad una missione umanitaria, per esempio. Ma queste sono bugie finalizzate ad un riconoscimento e se non sono troppe, sia come intensità sia come frequenza, possono considerarsi innocue. La bugia diventa impegnativa quando ha il preciso scopo di ingannare l’altro modificando la realtà. Questa diventa una manipolazione e dal momento in cui si prende questa strada è molto complicato gestire serenamente un rapporto con l’altro e con se stessi.
La prima domanda a cui mi sottopongo, sottoponendola di conseguenza al lettore è questa: perché abbiamo tutti, chi più e chi meno, qualche piccolo segreto? E’ necessario averne? E infine, qual è la funzione del segreto?
Prima di tutto, va detto che esistono vari tipologie di segreti. Alcuni fortemente sostenuti da questioni pratiche, oggettive. Ad esempio una persona può mantenere segretamente celata una brutta esperienza, un fatto, qualcosa che non vuole raccontare per pudore, per vergogna. In questo caso è un segreto in cui le altre persone non sono direttamente coinvolte. Altri segreti, invece, hanno legami stretti con persone. Sono segreti che devono rimanere tali in quanto la loro rivelazione potrebbe alterare l’equilibrio di un legame affettivo. Ad esempio tradimenti, ma più semplicemente anche incontri non necessariamente aventi finalità più o meno amorose.
Per risponde alle precedenti domande direi questo. Abbiamo bisogno di mantenere qualche piccolo segreto perché le cose che facciamo, che pensiamo, non sono sempre perfettamente in linea con l’immagine che diamo di noi stessi. Mi sembra evidente che esiste una certa discrepanza tra come siamo interiormente e quello che vogliamo apparire all’esterno, nel sociale. Questa discrepanza implica un lavoro di continua mediazione interna per cercare di mantenere un buon equilibrio. Il segreto ha la funzione di proteggere la nostra sfera più intima, in quanto permette di avvolgere una parte di noi con una specie di pellicola protettiva.
Come sempre nelle cose esistono due soluzioni estreme. Da un lato ci sono persone che giurano e spergiurano di non aver segreti, di essere trasparenti limpide e chiare. Dall’altro troviamo persone piene di segreti, tanto da avere pochissimi contatti con gli altri e con cui è molto difficile avere un rapporto di intimità.
Nel primo caso, quando una persona dice di non avere segreti, in realtà non li ha in quanto non riesce ad averli. L’ostacolo è determinato da un’insieme di regole che non “autorizzano” quella persona a mantenere qualcosa solo per se. Avere qualche segreto significa anche proteggersi, come dicevo prima, proteggersi significa separare la propria dimensione individuale da quella collettiva e sociale. Non avere segreti, non poterli avere come dicevo, significa non riuscire a vivere la propria individualità in modo completo. Si finisce per essere esposti eccessivamente a condizionamenti esterni. Dal proprio partner, dai propri genitori, da amici ecc. In questi casi occorre cercare dentro di sé quei riferimenti indispensabili affinché si possano intrattenere rapporti con gli altri senza diventare una specie di “persona di tutti”.
Nell’altro caso troviamo persone piene di segreti tanto da avere pochissimi contatti con gli altri e con cui è molto difficile avere un rapporto profondo. Parliamo di persone chiuse, spaventate, ripiegate su se stesse, difficili da comprendere. Possono dare l’idea di bastare a se stesse, in realtà hanno un enorme bisogno di affetto, di comprensione e di amore. In questi casi l’equilibrio è garantito da una vera e propria barriera tra se e gli altri. Barriera che, se da una parte protegge dai “pericoli”, dall’altra non permette quello scambio con l’esterno di cui tutti abbiamo un estremo bisogno.
I segreti sono necessari. Quando sono troppi la vita diventa segreta e quindi non condivisibile, quando non ci sono per niente la propria vita diventa la vita di tutti.
Le bugie, come recita il film appunto, sono uno strumento prezioso per mantenere un segreto come tale. La bugia è un tentativo di modificare la realtà delle cose. Può essere rivolta agli altri ma anche a se stessi. Nel primo caso lo scopo principale è quello di mantenere gli altri ad una distanza di sicurezza dal segreto.Nel secondo caso, invece, mentire a se stessi implica spostare un problema personale su qualcuno o qualcosa che sta fuori di se. In questo caso la consapevolezza, la possibilità di contatto con la propria dimensione psicologica è ridotta. Aggiungo che una vera menzogna, noi non possiamo raccontarcela. Si può raccontare una bugia ad una persona e questa essere assolutamente convinta di quello che gli abbiamo raccontato. Ma quando la bugia è diretta a se stessi, tutta l’impalcatura che la regge prima o poi perde di solidità e di conseguenza la bugia dopo essersela auto-raccontata viene anche auto-scoperta. Sembrerà un gioco di parole ma in realtà la questione è molto semplice. La bugia come la capacità di verifica della realtà, che ci permette di scoprire una bugia, sono entrambe funzioni mentali. Quando queste due funzioni vengono esercitate da menti separate, cioè da due persone, può essere che una riesca ad ingannare l’altra in quanto può non percepire il lavoro di “costruzione” della bugia. Ma quando le due funzioni vengono esercitate da una singola mente, cioè una persona si racconta una bugia, mi sembra evidente che la parte che “costruisce” la bugia è facilmente smascherata da quella che verifica la realtà delle cose. Fortunatamente in un funzionamento più o meno normale, la mente non ha la capacità di dividersi in modo così netto da rendere totalmente indipendenti processi psicologici appartenenti ad una stessa persona. Questo gioco delle parti, se spinto all’eccesso può creare un conflitto interno anche molto intenso e comporta sicuramento un allontanamento dal coinvolgimento del mondo reale e all’isolamento. La guerra che si gioca interiormente non è nulla in confronto a quella che si può intraprendere con un’altra persona.
Concludo fornendo un piccolo esempio che mi sembra utile per comprendere meglio il mio pensiero. Qualsiasi genitore sa che un bambino va protetto da tutta una serie di cose. Per cui, molto spesso occorre nascondere qualcosa al proprio figlio.
Per fare questo occorre raccontare ai propri figli una serie di bugie. La situazione normale e molto frequente, è che tra il genitore e il bambino ci sia una sorta di accordo, una complicità che attraverso l’uso delle parole ma anche attraverso altri sistemi comunicativi, recita più o meno in questo modo: “ti racconto questa piccola bugia perché sei troppo piccolo. Quando sarai un po’ più grande ti prometto che ne riparleremo e insieme potremo capire meglio”. La risposta del bambino, se il messaggio contiene una certa dose di rassicurazione, reciterà grosso modo così: “Va bene mamma, va bene papà, però non dimenticarti. Dovrai spiegarmi questa cosa. Ne ho bisogno per crescere.” E’ un esempio di segreto e conseguente bugia che ha una funzione protettiva. Il bambino capisce che il gesto è benevolo, non è una proibizione gratuita, accetta ed approva di essere imbrogliato. Successivamente però questi segreti e queste bugie devono avere una loro evoluzione. Il bambino deve sentire che il genitore nel tempo fa trapelare qualcosina, attraverso la quale, gli viene riconosciuta una crescita mentale, in grado di assorbire cose che prima non poteva assorbire. Se il bambino sente questo, accetterà il segreto, la bugia come qualcosa di buono. Altrimenti se sente solo segreti e solo bugie, queste verranno vissute come segno di trascuratezza e mancanza di affetto. In questo caso entra in gioco il tradimento, cioè un sentimento in cui una persona sente che l’altra l’ha solo imbrogliata per motivazioni che esulano dal rapporto stesso.
Questo esempio possiamo trasportarlo nella vita di tutti i giorni, dentro di noi. Qualche piccolo segreto ci protegge, permette di creare un filtro tra se e gli altri. Quando la funzione del segreto è questa, non ci sono rimproveri da farsi. Se invece si tende a nascondere tutto, si vive una vita in periferia. La vita diventa una piccola battaglia contro qualcosa di indefinito e indefinibile.
Mi sembra che il modo migliore per convivere in modo armonioso con se
stessi , in generale, sia riuscire a barcamenarsi tra posizioni estreme. Tra
il vivere con tutti e per tutti, o all’opposto in uno stato di isolamento,
da tutto e da tutti. Va aggiunto che questo equilibrio non è statico, ma
richiede continui aggiustamenti, rimaneggiamenti, in quanto anche una bugia,
come un segreto, comporta una sua evoluzione e questo implica che una bugia
raccontata oggi non debba necessariamente rimanere tale anche domani.
dott. Giorgio Carnevale