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IL SONNO NEMICO

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Per molte persone il sonno, il momento di andare a letto e poi dormire, rappresenta più che un momento per rilassarsi, una lotta fra sé e sé, senza esclusione di colpi.
Il sonno è una cosa di cui abbiamo un estremo bisogno (per un terzo della vita dormiamo), ma nello stesso tempo risulta essere qualcosa di molto fragile.
E’ abbastanza evidente che il sonno è un momento in cui si possono incontrare tensioni non sempre superabili con facilità. E’ lecito chiedersi: a cosa serve il sonno? La risposta più ovvia è che serve a riposare. Ma riposare cosa? Abbiamo bisogno di riposare i nostri muscoli, i nostri occhi, ecc. ma la nostra mente  riposa effettivamente durante il sonno? Mentre per un muscolo riposarsi significa assenza di attività, o quasi, sappiamo che la mente non è mai in uno stato di inattività. Sappiamo anche che nei mammiferi esistono delle fasi del sonno, chiamate R.E.M. (Rapid Eye Movement), in cui la mente mostra una attività molto simile alla veglia. Nel sonno, quindi, la mente non riposa come potrebbe fare un muscolo, ma durante il sonno si attivano processi che hanno una precisa funzione. Durante il sonno si annullano o quasi le percezioni esterne, vista, udito, ecc. Si passa da una percezione orientata verso l’esterno, ad una percezione interna. Si attiva un processo di elaborazione delle esperienze vissute durante la veglia, una elaborazione che interessa principalmente la sfera emotiva. La mente cerca di dare un posto alle nuove esperienze vissute, rielaborando il vissuto esperienziale sia recente, sia passato. Abbiamo bisogno di far arrivare a vari livelli mentali il vissuto presente. L’aver avuto un incontro piacevole durante il giorno, per esempio, deve essere portato in profondità. E’ un'esperienza che può dare “nutrimento” a vari livelli mentali. Nello stesso modo, un’esperienza negativa vissuta con paura e angoscia, andrà affrontata e neutralizzata profondamente. In questo modo la mente può neutralizzare la negatività vissuta in modo simile a quello che fa il nostro sistema immunitario quando il nostro organismo viene attaccato da un virus.
Una volta attivati questi processi, emergono i sogni come rappresentazione di quello che succede interiormente durante queste elaborazioni. Attraverso i sogni si possono individuare i movimenti e le comunicazioni interne della mente stessa. Per questo motivo in una terapia psicologica, in modo particolare se di tipo analitico, si da molta importanza ai sogni. L’analisi di un sogno permette di avere un contatto con quello che succede nella mente a livelli profondi.
Il sogno si presenta prevalentemente sotto forma di immagini, proprio perché le immagini hanno un potere comunicativo intenso, sicuramente maggiore del linguaggio che usiamo correntemente. Anche se nel sogno sono presenti dialoghi, la struttura portante di un sogno è composta principalmente da immagini con forte valenza simbolica.

E’ ragionevole chiedersi perché così tante persone soffrono di insonnia, nelle variegate forme in cui si presenta. Non sono un amante delle statistiche, per cui non ricordo mai i numeri di cui si servono, ma il fenomeno dell’insonnia è molto diffuso. Se non si riesce a dormire, o si dorme male, è perché si incontrano difficoltà nel momento in cui la mente tenta di elaborare le esperienze vissute durante la veglia. Un’esperienza vissuta può evocarne un’altra vissuta in passato e non ancora sufficientemente elaborata, sufficientemente sistemata. Per superare una brutta esperienza, serve del tempo. Il tempo è un elemento necessario ma in alcuni casi di per se non è risolutivo. Un problema profondo, una “ferita” ancora aperta, si presenta e ripresenta con ciclicità anche sotto forma di insonnia.
Un po’ di tempo fa venne una persona nel mio studio, lamentando il fatto che più o meno nei cambi di stagione, soffriva di insonnia e forte emicrania. L’insonnia era piuttosto feroce, al punto che spesso non riusciva neanche ad andare a lavorare. Aveva fatto tutti gli accertamenti necessari, aveva tentato con vari farmaci ma il problema si ripresentava. Mi chiedeva un rimedio veloce, voleva una soluzione che lo impegnasse poco in quanto era molto preso dal suo lavoro. Ho faticato a fargli capire che forse aveva bisogno non tanto di qualcosa che provenisse da fuori, come un farmaco, una magia o cos’altro, ma uno spazio in cui mettere in ordine le sue cose interne, in particolare quelle riguardanti il passato. Ciò non poteva avvenire senza una sua mobilitazione, senza un suo impegno. Il fatto che anche i farmaci avevano avuto un effetto molto lieve e non  stabile nel tempo, doveva fargli pensare che forse era il momento di “rimboccarsi le maniche” e cercare, con il mio aiuto, di sistemare le sue cose.
E’ solo un esempio. Un esempio per spiegare che la nostra mente è fatta di tante cose, e queste in un modo o nell’altro devono andare d’accordo. Quando ci sono delle rotture interne è  molto probabile che il sonno entra in crisi.
Per concludere, vorrei soffermarmi sulla questione dei farmaci come rimedio al problema dell’insonnia. Non amo le statistiche, come dicevo, però leggo che un italiano su tre usa psicofarmaci per superare problemi di insonnia. Non so se ciò corrisponda a verità, la mia esperienza è che di fronte a disturbi del sonno la maggior parte delle persone cerca con il farmaco di superare il problema nel tempo più breve possibile, come nell’esempio precedente. Esistono circostanze in cui ritengo necessario l’uso di farmaci per dormire. Per esempio chi svolge un lavoro in cui essere confusi da una nottataccia comporta dei rischi per se e per gli altri. Negli altri casi non trovo che il farmaco sia il modo migliore ed efficace per cercare di affrontare e risolvere il problema. In primo luogo perché comunque il sonno indotto da farmaci è un sonno artificiale e quindi spesso non produce quella sistemazione interna di cui parlavo prima. In secondo luogo perché con il farmaco non si risolve il problema che sottende il non dormire o il dormire male. Al contrario mi sembra più utile e costruttivo intervenire su un piano psicologico. Cercare di sbrogliare il groviglio che determina l’insonnia e muoversi lungo un percorso in cui si rimette in gioco la propria persona, evitando, scoraggiando, una certa spersonalizzazione insita nell’assunzione del farmaco.
Mi sembra che in questo modo, oltre a cercare di affrontare e risolvere il problema pescando dentro di sé, si compia un’operazione importante e di questi tempi abbastanza rara. E cioè viene rivalutata la persona, spesso messa tra parentesi per altre esigenze.
Intendo dire che un lavoro su stessi avrà come effetto sicuro quello di valorizzare la persona, darà spessore e nutrimento all’identità e di conseguenza, porterà ad una visione maggiormente positiva di se stessi.

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Author: Giorgio CarnevaleEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.