ASPETTI CLINICI E RELAZIONALI DEI DISTURBI ALIMENTARI

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- prima parte
Da quando esiste la vita, nutrimento e cibo sono elementi fondamentali per la sopravvivenza di qualsiasi specie. Per questo motivo abbiamo con il cibo un rapporto molto stretto, di dipendenza totale. Mentre possiamo eliminare molte cose della nostra vita, non possiamo eliminare il cibo. Nonostante questo, non sempre il cibo ha un valore positivo per il nostro organismo e per la nostra mente.
Da questa premessa risulta comprensibile quanto l’argomento dei disturbi alimentari sia delicato è complicato affrontarlo in modo generico. Per questo e per non appesantire il lettore, ho pensato di suddividere questo argomento in due parti. Nella prima mi occuperò di fare una esposizione sulle dinamiche psicologiche dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa, mentre nel prossimo numero mi occuperò degli aspetti psicologici delle intolleranze alimentari.
I disturbi alimentari sono per me un argomento particolarmente interessante in quanto seguo pazienti con tali disturbi, ho approfondito parecchi casi clinici e di conseguenza mi sono avvicinato nelle parti più oscure di queste problematiche.
Quando si parla di anoressia nervosa e del suo contro altare, la bulimia, parliamo di un problema che investe principalmente le donne. Normalmente le cause di questi disturbi vengono ricercate nei rapporti primari, particolarmente in quello materno, ma anche all’interno del sistema famigliare. E’ sicuramente vero che il rapporto tra una madre e una figlia è molto complesso e pieno di insidie. Varie ricerche hanno dimostrato che le bambine sono maggiormente precoci rispetto ai maschi, in quanto le mamme hanno con loro una propensione al dialogo e alla comunicazione maggiore rispetto ai figli maschi. Questo significa che tra una madre e una figlia c’è un canale comunicativo particolare. Questo particolarità ha però dei punti critici, delle zone in cui nonostante le note positive, si insinuano tensioni e difficoltà. Ad esempio per una adolescente, guadagnare la propria autonomia, costruire e conquistare un’identità, diversa da quella materna, può essere una cosa più difficile che per un maschio. Il motivo principale è legato al fatto che la figura femminile/materna verrà sostituita da un'altra donna, mentre per una femmina ciò varrà per il padre ma non per la madre. Di contro per una mamma è molto duro accettare che una parte di lei, identificata nella figlia piena di giovinezza e vitalità, prenda una strada indipendente, autonoma. E’ come se una parte di lei dovesse staccarsi, portandosi via aspetti che una donna non vuole perdere. A tale proposito è interessante notare che, alcune ricerche lo hanno ampiamente dimostrato e sottolineato, il periodo in cui una ragazza inizia a vivere la propria sessualità, corrisponde più o meno, al periodo della menopausa della mamma. Questa coincidenza, forse non casuale, crea una tensione interna nelle madri difficile da superare.
Sintetizzando possiamo dire che per effetto dell'appartenenza allo stesso genere, la naturale simbiosi che si instaura tra madre e figlia seguirà un percorso più tortuoso rispetto a quella con il figlio maschio.
Peraltro va detto che il rapporto tra una madre e una figlia è molto complesso, ma non può essere analizzato senza tenere conto degli altri rapporti famigliari, che ovviamente giocano un ruolo importante. E’ necessaria questa precisazione, in quanto aiuta a non cadere nell’errore, purtroppo abbastanza comune, di ridurre tutto ad una colpevolizzazione nei confronti delle madri.
E’ quindi molto importante, per una persona che soffre di anoressia-bulimia nervosa, analizzare i rapporti con la propria madre, ma anche tutta la rete dei rapporti famigliari.
Il processo mentale alla base della sindrome anoressico-bulimica sta nel trasferimento di una forte tensione interna sul cibo e da una conseguente azione di controllo su di esso. L’azione di controllo, che ha una forma ossessiva e spesso distruttiva, ha lo scopo di bloccare in modo drastico le tensioni psicologiche, distaccando tutti i rapporti emotivi, sia interni sia esterni. Una cosa simile avviene nelle fobie dove nella paura dell’ascensore, per fare un esempio, viene proiettata una tensione, una paura che con l’ascensore non ha niente a che vedere. La mente ha trasferito su un oggetto una tensione interna. Eliminando l’uso dell’ascensore, si ha un controllo efficace sull’ansia, evitando attacchi di panico e altro. Nell’anoressia purtroppo il discorso è molto più complicato perché evitare il cibo, non mangiare porta alla morte nei casi migliori ad una sofferenza straziante.
Questo che ho appena descritto è un meccanismo totalmente inconscio, in cui la volontà non gioca praticamente nessun ruolo. Il problema dell’anoressia-bulimia, nella maggior parte dei casi, si presenta in adolescenza in quanto in quel periodo va ha definirsi l’identità. La sessualità irrompe prepotentemente e tutto subisce uno sconvolgimento. In questo momento così delicato, è necessario che i legami con i genitori siano abbastanza fluidi, cioè permettano il contatto con gli altri ma nello stesso tempo garantiscano una certa protezione. Nell’anoressia-bulimia questi rapporti sembrano siano strutturati secondo uno schema rigido, rendendo l’adolescenza oltre che un percorso difficile ma possibile, un qualcosa di insormontabile, qualcosa che spaventa e che bisogna in qualche modo fermare. Purtroppo il sistema difensivo nell’anoressia-bulimia che ho appena descritto, è estremamente feroce e porta, nei casi più gravi, alla morte. Per fortuna, esistono persone che soffrono di anoressia ma hanno raggiunto un discreto equilibrio che gli permette di vivere dignitosamente ma con forti limitazioni relazionali. Quando questi rapporti sono possibili, si tratta di rapporti basati sulla dipendenza dal partner, come se fosse necessario ristabilire un rapporto protettivo del tipo genitore-figlio. In molti casi questo è un equilibrio fragile, che può entrare in crisi per un evento particolare. Un trasloco, una separazione, un lutto, in generale un cambiamento improvviso. Per questo motivo in alcuni casi capita di scoprire un problema di anoressia in età avanzata senza avere avuto, durante il periodo adolescenziale, episodi conclamati.
Quando entra in crisi questo equilibrio, è come se si aprisse uno squarcio all’interno della persona, molto difficile da risanare. Ricompare o compare l’anoressia come modo per controllare il contatto emotivo e quindi per non sentire dolore. E’ importante, anzi necessario, fare il possibile su un piano psicologico per ristabilire l’equilibrio precedente. Aggiungerei che nonostante la struttura psicologica anoressico-bulimica sia molto difficile da modificare, esistono condizioni che permettono modificazioni anche a livello delle strutture profonde, oltre che del comportamento.
Spesso è proprio una condizione di squilibrio, di maggiore difficoltà o malessere, ad essere il fattore scatenante che spinge una persona a mettersi in gioco.
L’obbiettivo di un intervento a livello psicologico, deve essere uno stimolo continuo verso la mobilitazione di risorse interne alla persona, fino a quel momento inesplorate, integrandole con gli altri aspetti della personalità.

- Il cibo nemico. (seconda e ultima parte)
Come anticipato nel precedente articolo sull’anoressia nervosa, in questo numero cercherò di affrontare il problema delle intolleranze alimentari da una prospettiva psicologica. I disturbi alimentari sono per me un argomento particolarmente interessante in quanto seguo pazienti con tali disturbi e ho approfondito parecchi casi clinici in merito. Di conseguenza mi sono avvicinato nelle parti più oscure di questi disturbi.
Per iniziare a parlare di intolleranze alimentari, occorre fare una indispensabile distinzione tra allergie alimentari e intolleranze alimentari. L'allergologo Kaplan definì nel 1991 le intolleranze alimentari come “allergie non allergiche". Questo perché, mentre le allergie alimentari provocano una reazione immunitaria, le intolleranze alimentari seguono meccanismi biochimici diversi da quelli immunitari. Per questo motivo sfuggono agli esami più comuni. E’ possibile identificare quali cibi siano realmente dannosi per l’organismo tramite specifici test sulle intolleranze.
Le intolleranze alimentari sono molto spesso responsabili di molti disturbi più o meno comuni: cefalea, emicrania, nevralgia, dermatite, orticaria, psoriasi, sovrappeso, obesità, cellulite astenia cronica, depressione, labilità d'umore ecc. In alcuni casi è facile individuare il cibo “nemico”, ed eliminandolo dalla dieta vi sarà una rapida remissione dei sintomi. Questo però è il caso migliore, risolvibile con pochi e semplici accorgimenti. La questione è più complicata quando l’intolleranza varia sia come intensità, sia come tipologia di alimenti. Potranno esserci periodi senza episodi d’intolleranza, come periodi in cui si presentano e ripresentano forme d’intolleranza nei confronti di cibi fino a quel momento “amici”. In questi casi i sintomi si presentano in modo disordinato, ostacolando tra l’altro una diagnosi precisa. Per esempio, succedere di combatte una psoriasi eliminando dalla dieta uno specifico alimento, o una famiglia di alimenti ritenuti tossici, ed ottenere risultati temporanei. Dopo un po’ di tempo la psoriasi si ripresenta. Questa confusione, chiamiamola così, è determinata dal fatto che la nostra posizione mentale rispetto al cibo, agli alimenti, cambia a seconda del nostro equilibrio interiore. In questi casi, che tra l'altro sono i più frequenti, sottoporsi a test sulle intolleranze serve a poco.
Quando l’intolleranza si fa dura, la causa viene spesso attribuita ad un generico stress quotidiano. E’ probabile che questo abbia un ruolo, ma spesso ho verificato che alla base di una intolleranza di una certa importanza, vi è una difficoltà nell’elaborare un vissuto personale, difficile da “digerire”. Lo stress funziona come attivatore, permette l’innesco di una condizione già determinata, non è direttamente la causa.
E’ una cosa complicata da dimostrare scientificamente, ma esiste un certo parallelismo tra il metabolismo digestivo e l’elaborazione mentale del proprio vissuto. Che il nesso esista, è sotto gli occhi di tutti. Quando una persona è molto angosciata spesso ha anche reazioni che coinvolgono l’apparato digerente, gastrite, colite ecc. Al contrario quando vi sono problemi digestivi, spesso questi generano emicrania, astenia ecc. L’intreccio c’è, mi sembra più che evidente e va compreso in tutti i suoi aspetti, in profondità, per riuscire ad intervenire in situazioni apparentemente insolubili.
Alcune forme d’intolleranza alimentare non sono affrontabili solo con interventi sulla dieta. Sono pochi i casi in cui eliminando uno specifico alimento si avranno benefici stabili nel tempo. Spesso i benefici ci sono ma solo temporanei. Intervenendo su un piano psicologico, rimettendo in gioco una parte interna non “digeribile” e non "digerita", ricreando dunque un’armonia mentale, l’intolleranze scompare come magicamente.
In realtà la magia non ha niente a che vedere con questo. Quando si affronta con successo una problematica a livello psicologico che ha, come in questi casi, un riflesso immediato sul corpo, si ha come la sensazione di essere stati guariti attraverso una magia.
Per spiegare meglio questo fenomeno, porto una breve testimonianza di una persona che aveva una forma di intolleranza molto grave. La sua dieta, quando venne da me, era composta da soli tre o quattro alimenti. Erano accaduti due episodi di shock anafilattico allarmanti da un punto di vista clinico e di conseguenza per tutta la famiglia. In quella circostanza di emergenza venne affrontata la situazione su un piano pratico, intervenendo sulla dieta e trasferendo la persona per un periodo in un'altra città.
Tutto ciò comportò una serie di disagi molto forti ma anche una temporanea remissione dei sintomi. Nel complesso la situazione era migliorata. In un altro luogo, lontano sia geograficamente sia mentalmente dai problemi quotidiani, si era ristabilito un certo equilibrio che permetteva una vita tranquilla e più che altro in pace da crisi alimentari. La cosa più frustrante è stata quando, ritornata alla normalità, si sono ripresentati tutti i sintomi precedenti, compreso un altro shock anafilattico.
Così mi è stata inviata per un intervento psicoterapeutico che dopo un po’ di tempo, ha risolto il problema dell’intolleranza e conseguentemente tutte le problematiche annesse ad essa.
Questo esempio è molto esplicativo in quanto insegna come in molti casi l’essere umano esprime un disagio, un’alterazione funzionale spostandolo lontano dalla sorgente originaria. In campo medico, sia tradizionale sia nelle varie forme di medicina alternativa, questa non è cosa nuova. Ad esempio un oculista osservando il fondo dell’occhio accede a tutta una serie di informazioni che riguardano la salute del cuore, del fegato e altro. Vi sono molti casi in merito, in cui il funzionamento di una parte di noi si manifesta altrove. Così molto spesso, un disagio psicologico, con radici profonde, può determinare disturbi che interessano funzioni o parti del corpo che su un piano razionale, con la mente hanno poco a che vedere.
Aggiungo, per inciso, che a questi fenomeni di spostamento in primo luogo c’è il nostro comportamento. Quello che noi facciamo e come lo facciamo è la risultante della nostra struttura mentale. Agire da un punto di vista terapeutico a livello comportamentale è spesso riduttivo e inefficace, in quanto si cerca di modificare l’aspetto più evidente ma meno determinante. E’ però una cosa quasi istintiva e apparentemente più semplice da fare. Quando un certo comportamento produce un effetto negativo sugli altri o su se stessi, eliminandolo sia ha l’impressione di risolvere in tempi rapidi il problema. In realtà il problema non è mai il comportamento ma la struttura di base che lo determina.
Tornando, per concludere, al problema delle intolleranze alimentari, occorre analizzare con attenzione la problematica, i sintomi, la persona, in quanto è riduttivo e in alcuni casi anche rischioso, pensare che tutti i disturbi siano riconducibili e risolvibili attraverso un intervento psicologico. Il fatto che il funzionamento dell’organismo, corpo e mente, possa manifestare un disagio, un’alterazione funzionale in modo bizzarro, deve spingere a pensare la malattia in modo multi-dimensionale, cioè che tenga conto di tutta la persona e non dei soli sintomi che vengono a manifestarsi.
G.C.

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Author: Giorgio CarnevaleEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.